Il Divo, un film su un personaggio controverso e longevo della politica

L'opera di Paolo Sorrentino sulla “spettacolare” vita del senatore Andreotti.
di Sabatina Cuccaro - 7 Giugno 2008

Atteniamoci al titolo e al sottotitolo, “Il divo, ovvero la vita spettacolare di Giulio Andreotti”: A partire da queste coordinate viene facile capire l’apparente complessità di un film che sta facendo molto discutere. La scelta di Sorrentino, usare questo soprannome e non altri, la Sfinge, il Gobbo, La Volpe, il Papa nero, Belzebù (tutti soprannomi del senatore), suggerisce non solo la natura affatto documentaristica del film, ma evidenzia soprattutto un’alta spettacolarità nella messa in scena. Il regista decide consapevolmente di percorrere questa strada, perché sa che l’unico modo per poter parlare di un personaggio così complesso è a usare i potentissimi mezzi dell’arte cinematografica. Usare l’irreale per poter raccontare il reale.

Emerge dal film un Andreotti cinico, spietato e sempre pronto alla sua legittimazione, con qualsiasi mezzo: coinvolto in quasi tutti gli omicidi di quegli anni (Pecorelli, Calvi, Sindona, Ambrosoli), colluso con la mafia, statista immobilista pur di far sopravvivere il suo governo. Ma ci viene mostrato anche un personaggio umano: afflitto da lancinanti mal di testa, marito affettuoso, politico prodigo di regali per i suoi vecchi elettori, cristiano pentito. Con questa operazione, Sorrentino aggiunge materiale nuovo in entrambe le sfere della vita del senatore, attuando quasi un processo di compensazione ed il risultato finale è miracolosamente positivo. Andreotti passa per persona simpatica e divertente più di quanto probabilmente non lo sia nella realtà, e completamente innocente in quanto non è certificato nessun suo coinvolgimento con la mafia. Il film, tra queste pieghe non lascia grossi spunti di riflessione sociale (non è questo lo scopo del regista), ma costruisce un nuovo dibattito sul cinema in Italia e sulle sue potenzialità di crescita.

Una riflessione a parte merita la sequenza finale: si apre la porta del tribunale e siamo tempestati dai flash e dagli sguardi, dovrebbe essere il punto di vista di Andreotti, ma eccolo sbucare alla destra dell’inquadratura. Lui prende posto, mentre noi proseguiamo sul palco della corte immortalando prima i giudici e poi la platea, per concludere il nostro cammino in un faccia a faccia con il senatore che lentamente cambia colore (da livido a bianco e nero) fino a scomparire definitivamente. Siamo prima suoi accompagnatori e infine suoi giudici. La sua presunta immortalità si conclude qui, in un confronto che non può reggere, in quanto il nostro sguardo è reso senza tempo grazie al cinema. Addio Divo Giulio.


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