Il libro politico: un antidoto contro il degrado della democrazia?

Il 23 ottobre 2009 Montecitorio si apre al pubblico e all'editoria

“Oggi viviamo immersi nella cultura del congedo, anche dalle mitologie politiche – dice Gianfranco Fini, presidente della Camera dei deputati, durante il convegno ‘Le nuove culture politiche per il XXI secolo’ che ha inaugurato l’iniziativa ospitata a Palazzo Montecitorio, “Il volume della democrazia”,  una giornata intera, il 23 ottobre 2009, dedicata al libro politico.
“Ma non ci si può congedare dalla cultura – prosegue l’on. Fini – perché è necessaria per la comprensione e l’analisi di fenomeni come le migrazioni, le potenze economiche, etc. che vanno anticipati, anziché subiti.”
“Far crescere il numero di lettori è fondamentale – spiega il Presidente della Camera – per contribuire alla partecipazione democratica dei cittadini ed evitare una religione laica totalizzante e l’insorgere di ‘ismi’ in cui l’avversario politico diventa nemico.”
E così varie sale del Palazzo sede della Camera dei deputati si sono aperte al pubblico: una lunga schiera di libri hanno riempito la Sala della Regina, toccando da diverse angolazioni politiche, storie, temi, personaggi e problemi che pungono nel vivo l’identità di questo paese. Alla Sala Busti e alla Sala Aldo Moro si sono succeduti dibattiti e personalità rilevanti del panorama culturale italiano che hanno tenuto alta la qualità del discorso politico fino alle 20 di venerdì 23 ottobre 2009.
Nella Sala della Lupa, celebre per l’arrocco Aventino durante il Fascismo, oltre a ricordare dati allarmanti come che “in un paese dalla tradizione culturale ricchissima il 46% della popolazione non ha letto alcun libro nell’ultimo anno”, l’onorevole Fini ha sottolineato che “la lettura è utile alla condivisione dei valori civili” e che “proprio per la dignità e le libertà della persona mai come oggi occorre rinsaldare il legame tra la politica e la cultura”.
“Più la politica si appiattisce sull’audience, più rischia di diventare la politica di nessuno – fa presente Sergio Belardinelli, ordinario di Sociologia dei processi culturali all’Università di Bologna – è meglio un errore voluto dalla maggioranza che una verità imposta con la forza”. Cita Romano Guardini: “nel libro si celebra il mistero della parola esattamente come nella politica” e prosegue dicendo che “la parola si fissa nelle istituzioni politiche”.  
Marc Lazar, professore universitario di Storia e Sociologia politica all’Institut d’études politiques (IEP) de Paris, invece, invita a “riflettere sulle culture politiche passate” e prende in esame il 1989 come “svolta per le future politiche: gli eventi del 1989 causano la nascita del neocomunismo; concetti come socialismo ed eguaglianza vengono screditati; trionfa l’idea democratica, ma di una democrazia del leader e dell’opinione; si diffonde il sentimento della critica della politica. Le popolazioni rifiutano le utopie politiche, oggi la politica deve dare senso e non ripiegarsi su sé stessa, rivolgendosi a interessi privati, corporativistici, dando adito al sentimento della paura. ”
“Il nostro è il paese che stampa più di tutti libri contro il governo – riferisce Piero Ostellino, scrittore ed editorialista del Corriere della Sera – ma non basta dire che sono gli editori che rispondono al mercato, occorre, come sosteneva Karl Popper, un metodo verificabile nella realtà. In Italia è troppo sentita la discrepanza tra l’essere e il dover essere: le cose stanno così, ma dovrebbero essere così.  Cosa sarebbe accaduto se al posto di Stato e Rivoluzione di Karl Marx, fossero stati diffusi libri di Alexis de Tocqueville e di Benjamin Constant?
La politica ha uno statuto morale diverso e autonomo da quello dell’uomo della strada, all’etica del principio la politica sostituisce l’etica delle responsabilità. Cos’è la casta se non l’eccesso di invasività dello Stato? L’Italia è l’unico paese in cui esistono circa 150.000 leggi contro le 10.000- 20.000 degli altri paesi europei.”
“Il mancato rispetto della democrazia costituzionale è il presupposto e il punto di non ritorno di una scena civile di perdita e di dissipazione  che conduce a una forma mutata di Ancient Regime – sottolinea Salvatore Veca ultimo relatore del convegno ‘Le nuove culture politiche per il XXI secolo’- ceti, ordini e caste producono sudditi, dovrebbe invece sussistere la libertà di ognuno di riconoscersi in una particolare interpretazione dell’interesse collettivo.”
Per “imparare l’arte di convivere nelle diversità” Veca suggerisce due test: equità e donne ed equità e bambini, guardare cioè alla condizione di entrambi per esprimere un giudizio di critica sociale sullo sfondo di una costellazione nazionale”.  

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