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Immigrazione e accoglienza a Settecamini e Case Rosse

Se ne è discusso il 26 gennaio nell'affollato incontro organizzato dall'associazione "Ritorno in formazione"

Di immigrazione e accoglienza si è discusso il 26 gennaio 2007 a Settecamini, in un affollato incontro promosso il 26 gennaio dall’associazione “Ritorno in formazione” (coordinatrice: Fernanda Mariani), in collaborazione col 4° Centro Territoriale Permanente (CTP) per l’educazione e la formazione in età adulta (finanziato dalla Comunità Europea). Molti i giovani presenti, assieme ad alcune religiose ed a extracomunitari.
Due le relatrici: la prof.sa Simonetta Caravita (direttore scolastico del 4° CTP) e la dr.sa Alberta Ianni (avvocato, volontaria a favore dei detenuti stranieri nel carcere di Rebibbia).

Il dibattito è stato preceduto da un cortometraggio a cura della Provincia di Roma che ha bene evidenziato gli equivoci e i luoghi comuni che influenzano l’immaginario collettivo nei confronti degli stranieri (quelli di ladro, stupratore, spacciatore, ecc..).
Questi stereotipi, al contrario, possono essere allontanati dalla nostra coscienza sulla base per esempio della reciproca conoscenza e frequentazione e con l’esercizio dell’integrazione e del rispetto dei diritti di quelli che sono prima di tutto persone, non solo produttori e consumatori.

“Abbiamo spesso paura del ‘diverso’ perché semplicemente non lo conosciamo”, ha sottolineato con forza la direttrice scolastica nel suo intervento.
“Non siamo di fronte ad un problema ideologico, ma di vita e di comprensione”, ha continuato la relatrice che ha messo in guardia anche contro il pericolo della formazione di ghetti sociali e culturali che renderebbero sicuramente più difficile e senza regole condivise la quotidianità.
“La nostra società del benessere”, ha ribadito la responsabile scolastica, “non è al centro del mondo. Tutto può essere visto da punti di vista diversi. Per questo dobbiamo promuovere una società aperta alla varietà degli esseri umani”.
Quanto poi al luogo comune che gli stranieri rubino lavoro ai nostri giovani, basta citare i “tanti posti da infermiere vacanti che, come ad esempio nell’ospedale di Viterbo non si riesce a coprire (salvo quelli con contratti a termine, i soli ai quali uno straniero può oggi concorrere), perché i giovani italiani non vogliono fare lavori a turni”, ha concluso la prof.sa Caravita, la quale ha anche sottolineato la necessità che il Governo appronti le strutture di servizio e d’informazione, oltre che una legislazione adeguata per favorire il loro inserimento.

Alle difficoltà di scarsa tolleranza o persino di rifiuto che subiscono gli extracomunitari in molti gangli della vita urbana, si aggiungono quelle causate dalle difficoltà economiche e sociali che spesso umiliano la loro dignità.
In alcuni ambienti, come quelli carcerari, la sofferenza è aggravata sia dalle condizioni economiche che dalla lontananza dai familiari. Su questo aspetto si è soffermata la relazione della dr.sa Alberta Ianni, volontaria tra i detenuti del carcere di Rebibbia.
“Spesso i detenuti stranieri – ha esordito – non hanno, per mancanza di soldi, assistenza legale adeguata, né ricevono pacchi dai familiari per le necessità personali e né possono telefonare a casa per sapere notizie della famiglia d’origine”.
Insomma, i carcerati stranieri sono dei veri e propri “poveracci”, anche in confronto ai loro simili italiani, che sembrano perfino privilegiati. Per loro è come se fosse stata sospesa persino la “Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo e del Cittadino”, che risale alla rivoluzione francese.
“Quando poi escono dal carcere”, ha continuato la volontaria di Rebibbia, “che fanno?, dove vanno?”. Tutto ciò genera disperazione e isolamento, sentimenti che sono come benzina sul fuoco della conflittualità sociale.
Da qui l’importanza di sensibilizzare le coscienze a favore dell’accoglienza e dell’aiuto umano e sociale.

D’altronde, affermiamo noi, qualcuno è in grado di proporre misure alternative? A noi, semmai, non sembrano comunque percorribili. Più di 200 anni fa, Immanuel Kant, rilevava che per quanto alcuni cerchino di allontanarsi da un luogo, da altri, siccome la Terra è rotonda, non fanno altro che avvicinarvisi ancor di più.

L’Associazione  “Ritorno in formazione” ( www.ritinforma.altervista.org  – e-mail: [email protected]  – Tel. 3290607208) è sorta nel 2002 con sede in via Settecamini n. 11 ed organizza momenti di aggregazione sociale, culturale e di svago (corsi di pittura, scultura, ceramica), di formazione educativa e d’informazione (medicina e prevenzione, elementi di diritto pubblico, normative europee, ecc..) attraverso seminari, forum.

Opera nei quartieri di Settecamini e Case Rosse. Due realtà territoriali periferiche situate lungo la via Tiburtina oltre il raccordo anulare che si sono sviluppate con i nuovi Piani di Zona di edilizia economica e dove risiedono circa 15 mila persone.
La presenza d’immigrati stranieri è stimata intorno al 10%, tanti sono stati infatti gli extracomunitari iscritti per l’elezione del loro rappresentante al 5° Municipio.

I residenti lamentano da tempo problemi legati al fenomeno della prostituzione, della (im)mobilità e dei trasporti.

Ecco, i trasporti. Alcuni abitanti si sentono “agli arresti domiciliari”, come definisce la loro condizione Adriana Cialanga (ex presidente del Comitato di Quartiere), perché costretti dal caotico traffico sulla Tiburtina, per giunta aggravata dalla chiusura nel 1999 della stazione ferroviaria di Salone (posta a due km., unica ancora di salvezza per spostarsi), in seguito alle problematiche derivanti dal campo nomadi adiacente.

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