

Una riflessione sulla condizione della letteratura nella nostra epoca
Giulio Ferroni – Foto di Federico Ridolfi
In occasione del Premio De Sanctis per la saggistica, abbiamo intervistato Giulio Ferroni, professore ordinario di letteratura italiana presso l’Università "La Sapienza" di Roma, critico letterario militante, scrittore, giornalista e autore di quella “Storia della letteratura italiana” (4 voll., Einaudi Scuola, Torino 1991) sulla quale stanno studiando le ultime generazioni di studenti.
Che effetto le fa vincere un premio dedicato a Francesco De Sanctis che è stato il primo a compiere una sintesi organica di tutta la letteratura italiana?
Provo un piacere particolare perché sento una continuità con la figura di Francesco De Sanctis, un punto di riferimento per me da quando andavo a scuola. De Sanctis è stato autore di una storia della letteratura che è un capolavoro anche letterario. Non a caso il critico letterario Renè Wellek l’ha definita “la più bella storia letteraria che sia mai stata scritta” e non solo in Italia. De Sanctis ha una cordialità di esposizione, di discorso che fa sentire vivi gli scrittori.
Ha vinto la prima edizione del Premio De Sanctis per la saggistica, ex aequo con Massimo Cacciari, con un saggio dedicato ad “Ariosto”. Eppure i grandi autori della Letteratura Italiana sembrano essere sempre più lontani e distanti dalla realtà attuale. Ora a vendere sono i romanzi leggeri, libri disimpegnati; i campioni di incassi sono “Harry Potter”, “Il codice da Vinci”, Faletti e Federico Moccia. Cosa pensa di questa situazione? Si è abbassato il livello culturale in Italia?
C’è sempre stata un letteratura di consumo di basso livello. Una situazione simile c’era già nell’Ottocento, anche se con un livello più elevato rispetto ad oggi, perché i popolarissimi romanzi di appendice erano comunque di livello alto. La differenza è che adesso la stampa, i media e la televisione danno un rilievo maggiore a quello che si vende di più e che segue i modelli del consumo di massa, azzerando il discrimine critico tra le cose che valgono e quelle che non valgono. In realtà anche adesso c’è una letteratura di alto livello, ma è poco conosciuta. La situazione attuale è imputabile alla debolezza della critica letteraria che oggi ha perso la sua autorevolezza, è poco presente nei giornali, è messa ai margini.
Lei ritiene che l’Ariosto possa ancora attrarre le nuove generazioni?
È quanto mai inattuale. Ed andrebbe letto proprio per la sua inattualità, perché ricerca una bellezza assoluta che è carica di tutti gli elementi possibili di umanità e che è il contrario perfetto della bellezza pubblicitaria, plastificata, commerciale che domina oggi.
Chi c’è in Italia, oggi, che vale la pena di leggere?
In Italia c’è una grande confusione. Io penso che sono due le tendenze che oggi valgono di più: da una parte il romanzo-saggio, un romanzo che non è esclusivamente narrativo, ma che ha al suo interno una problematica saggistica, e poi il racconto, una forma più adeguata al carattere frammentario della realtà contemporanea.
Tra le cose migliori di questi ultimi anni, ci sono dei libri di racconti. Tra le nuove generazioni ad esempio molto interessanti sono le descrizioni degli ambienti romani di Andrea Carraro e “L’ubicazione del bene” di Giorgio Falco. Invece tra la generazione di scrittori più vicina alla mia età c’è Antonio Tabucchi che ha appena pubblicato un libro di racconti molto bello “Il tempo invecchia in fretta”.
Cosa vuol dire essere un critico letterario militante?
Vuol dire occuparsi del presente, della letteratura che si fa. Il critico militante interviene attraverso la critica sulla situazione ed i problemi del presente. Non si tratta solo di una cosa accademica ma di un intervento nella cultura contemporanea.
I ragazzi più giovani la conoscono solo per la “Storia della Letteratura Italiana” di cui lamentano l’infinita lunghezza, ma lei quanto tempo ha impiegato a scriverla?
Ho iniziato nel 1983 ed è uscita nel ‘91. Otto anni, quindi.
Ci sveli un segreto: come è Giulio Ferroni nella sua vita quotidiana? Un uomo serio ed inflessibile che ha dedicato tutta la sua vita alla letteratura o ha trovato il tempo per fare anche altro?
È chiaro che il rapporto con la letteratura è per me un’attività continuata, ma è anche importante avere un certo distacco: pensare che quello che conta è partecipare alla vita in tutte le sue manifestazioni e che l’ironia è una cosa fondamentale. Si può essere critici letterari e saper ridere.
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“Si può,essere critici letterari e saper ridere”
La saggezza di queasta frase meriterebbe una teca al….LOUVRE.
Ma,cazzo,perchè Caccciari non ride mai,ma che dico,ride,nemmeno sorride.
Io forse l’ho capito:
Facendo l’incazzato crede di far colpo,come colui che è incazzato perchè ha ragione.
Ma noi che fessi nonsiamo,figurati se ci lasciamo impressionare.
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