Intervista ai partigiani Forcella e Di Veglia

Durante la Festa del Tesseramento della Sezione A.N.P.I. “Giordano Sangalli” VII Municipio

Domenica 8 maggio presso il Laboratorio Sociale Autogestito 100Celle in viale della Primavera 319/b si è svolta la Festa del Tesseramento della Sezione A.N.P.I “Giordano Sangalli” VII Municipio.

Siamo quindi andati ad incontrare due figure storiche del nostro territorio: Adriano Pilade Forcella e Modesto Di Veglia, partigiani che combatterono nell’allora Ottava Zona durante l’occupazione delle truppe naziste di Roma.

Adriano Pilade Forcella è delegato alla Memoria storica relativa alla guerra contro il nazifascismo dei municipi VI e VII, membro del Comitato provinciale e regionale A.N.P.I di Roma e Lazio e presidente della Sezione A.N.P.I “Giordano Sangalli” VII Municipio. Abbiamo avuto occasione di fargli una piccola intervista.

Signor Forcella, quale fu il suo ruolo nel nostro territorio durante la guerra contro il nazifascismo?
Nella nostra fucina a Torpignattara fabbricavamo i famosi chiodi a quattro punte che utilizzavamo per cercare di fermare le autocolonne tedesche. Erano uno strumento importante per fermare i rifornimenti militari diretti ad Anzio e Latina.

Perché secondo lei oggi è importante iscriversi all’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani)?
E’ importante perché questa organizzazione si è prefissata l’obbligo di educare i giovani che spesso nelle proprie scuole non affrontano lo studio della storia in modo adeguato. Per questo, l’attività dell’A.N.P.I nelle scuole è improntata a non cancellare dalla loro memoria ciò che avvenne sotto il fascismo e nella Guerra di Liberazione.

Modesto Di Veglia è presidente onorario della Sezione A.N.P.I “Giordano Sangalli” VII Municipio. Con lui abbiamo ripercorso alcune tappe storiche della guerra contro il nazifascismo fino ai giorni nostri e riflettuto sull’importanza di iscriversi oggi all’A.N.P.I.

Signor Di Veglia, quale fu la sua attività partigiana nel nostro territorio?
Ero partigiano di Bandiera Rossa e operavo al Pigneto, a largo Preneste, in generale nell’allora Ottava Zona comprensiva anche di Centocelle e i quartieri limitrofi più nell’entroterra. Diverse sono state le azioni svolte, dal lancio di volantini nei cinema fino a fermare le autocolonne tedesche con i famosi chiodi a quattro punte. Operai soprattutto la notte perché ero in possesso di un lascia passare, dato che ero stato assunto da una ditta per riparare il tratto ferroviario distrutto dal bombardamento del 19 luglio. Questo lascia passare mi consentì di girare per strada anche dopo il coprifuoco e avendo questa libertà sfruttai con altri compagni l’occasione per azioni partigiane notturne.

Quando è stato il momento di maggiore intensità della lotta partigiana nella zona?
Avevo mio padre antifascista e lo siamo sempre stati anche io e la mia famiglia, ma le azioni vere e proprie sono avvenute durante l’occupazione da parte dei tedeschi a Roma. Si sono intensificate quando lo sbarco ad Anzio, pensando che dovesse liberare Roma nel giro di poco tempo, si è invece bloccato. Quindi la nostra azione è stata fondamentale affinché riuscissimo a portare via le forze tedesche che avevano bloccato lo sbarco.

La popolazione come rispose alla vostra resistenza e come era vista da questa l’azione contro i nazisti?
La popolazione è stata meravigliosa sotto qualsiasi aspetto. Con tutta la fame che c’era, se avevi bisogno di stare nascosto nelle loro case qualche giorno perché eri ricercato ricevevi anche da mangiare. Basti pensare che Roma al servizio di leva del 1925 diede solo il 3-4% di soldati, il resto non è partito, nascondendosi o entrando nelle fila partigiane. Magari non tutti avevano il coraggio di svolgere azioni dirette contro i nazisti, ma sicuramente c’era grande solidarietà. Abbiamo anche organizzato la famosa lotta contro la fame con la rivolta dei forni ed è bastato avvertire la gente per mobilitarla.

In quel periodo di difficoltà e privazioni, quale è stato l’aneddoto più bello e quale ricordo porta con lei?
I ricordi che porto con me sono legati all’aver partecipato ad una lotta così importante e non c’è cosa più bella che poter dire di aver fatto quello che sentivo di fare. E fortunatamente le cose sono andate anche bene. Ma ci sono stati molti momenti amari, compagni che hanno preso.
Io conoscevo un compagno di Bandiera Rossa, Calafati Angelo, carpentiere di Viterbo che stava a Roma perché qui aveva trovato un’occupazione. Aiutava i compagni a nascondersi nella sua casa e a rilasciarli al momento opportuno. Quando tornò al paese gli costò caro difendere un giovane dalle prevaricazioni dei fascisti e per questo perse il lavoro. Le bande fasciste di Koch e Pollastrini, due personaggi brutali che si macchiarono di sevizie e torture nella pensione Jaccarino, lo presero e alla fine morì alle Fosse Ardeatine.

Liberata Roma, a cosa si è dedicato e come è proseguita la sua vita?
Quindici giorni dopo la liberazione di Roma sono stato arruolato al servizio militare nella caserma Bianchi. Avevo diciassette anni e mezzo. C’era un esercito da ricomporre, bisognava dare una svolta dopo l’armistizio e alle responsabilità di essere stati nemici degli alleati a fianco dei tedeschi. Ho fatto 26 mesi di guerra sul territorio italiano e mano a mano con gli alleati è stata liberata l’Italia.
Sono rientrato a Roma e ho cercato Bandiera Rossa, ma si era disciolta. Mi sono iscritto quindi al Partito Comunista Italiano nei primi mesi del 1947, perché c’era da dare un aiuto alle famiglie che avevano carcerati antifascisti.
Solo la tessera costava 5 lire, che se lavoravi le guadagnavi in una settimana, ma si trattava di un sostegno rosso. Sono arrivato a fare il segretario di partito al quartiere Prenestino, il consigliere in Settima Circoscrizione, insomma non mi sono mai sottratto nel dare attività.

Si è iscritto quindi al PCI. Come è stato il suo rapporto con questo grande partito del Novecento?
Il Partito Comunista Italiano ha dei meriti non indifferenti, però con il tempo si è un po’ perso quello che inizialmente era il contatto con le persone per convincerle a stare dalla parte di chi lottava per le cose giuste. Già lo si vide durante la lotta studentesca. C’è stato un movimento partito dall’America, che ha invaso la Francia e l’Europa intera, un movimento gigantesco. Quei ragazzi che lottavano non sono stati ascoltati dal Partito. Ed è stato un errore perché questi giovani non sono appartenuti a nessun partito. Hanno magari intrapreso vie di volontariato e altro, ma la mancanza di giovani si è fatta sentire e la paghiamo ancora oggi perché i partiti di sinistra non hanno una loro presenza. Chi invece lotta per cambiare la società sono i giovani.

Parlando dei giovani, come spiega la grande crescita delle loro iscrizioni all’A.N.P.I.?
C’è stata carenza di antifascismo non perché è stata insufficiente la Resistenza e non è bastata la Costituzione che ne è scaturita. Il problema è l’incapacità di stare tra la gente e di mobilitarla. Fatta la Costituzione, si è creata una cosa importantissima, ma un pezzo di carta senza le gambe non cammina. E già da qualche decennio non ha le gambe perché mancano i partiti di sinistra. Sono partiti che si sono adeguati, fanno il loro mestiere alle Camere e finisce li, anche se qualche volta almeno una parola la fanno sentire.

Quindi questa carenza è uno dei motivi per cui ha dato vita alla Sezione A.N.P.I “Giordano Sangalli” VII Municipio?
Noi abbiamo avuto l’idea di formare questa sezione A.N.P.I a Centocelle insieme a Forcella. Ci siamo chiesti: perché non fare una sezione visto che i partiti non si muovono? E’ successo che molti che si sentono delusi dal comportamento dei partiti di sinistra si sono voluti iscrivere e siamo arrivati a circa 90 iscritti con una grande facilità.
Oggi l’A.N.P.I può vivere anche dell’iscrizione non solo dei partigiani, ma anche di coloro che si dichiarino antifascisti.
A Roma abbiamo fatto nascere circa 33 sezioni A.N.P.I.. La necessità, proprio per il rischio che si corre oggi, è quella di ricreare un’opposizione a questa deriva anti-democratica che vive il nostro paese.

Nelle immagini Di Veglia e Forcella ed una tessera dell’A.N.P.I. del 2011

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