Ischitella, casa dei poeti dialettali in un festival immerso negli ulivi

Ci si può innamorare di un albero? Domanda retorica, se quell’albero è l’Ulivo
Henos Palmisano - 26 Settembre 2020

Decido di partecipare, come osservatore, alla XVII (il 17 è il mio numero fortunato) edizione del premio Ischitella-Pietro Giannone, dedicato totalmente alla poesia dialettale di tutte le regioni e province italiane.

Avendo partecipato ad altri eventi dedicati alla poesia dialettale, ero già pronto a calarmi nella parte di super critico; da anni nella associazione culturale, Polvere di Stelle, propongo incontri in chiave dialettale ed il successo è quasi sempre garantito.

L’adesione a tale evento, in verità, è stata fortemente influenzata da varie promesse di enogastronomia locale, che non sono andate deluse.

Patron della manifestazione, sin dalla nascita, è Vincenzo Luciani; la carica di presidente di una prestigiosa Giuria, ogni anno, viene mirabilmente onorata dal professor Rino Caputo.

Quest’anno poi per la prima volta sarà presente il “presentattore” Angelo Blasetti straordinario mattatore di serate indimenticabili e finissimo interprete delle immortali poesie romane.

Così pieni di un entusiasmo giovanile, partiamo (Rino ed io) di buon mattino alla volta di Ischitella: sembriamo due scolari alla prima gita scolastica.

Arriviamo per l’ora di pranzo al B&B Torre del Lago, località Foce Varano; ad attenderci numerosi poeti capeggiati da Vincenzo e da Giuseppe D’Errico, magnifico cuoco per l’occasione.

I profumi provenienti dalla cucina mi fanno capire che sono nel punto giusto e nel giorno giusto; il B&B si trova sulla riva del canale di collegamento tra il lago di Varano e il mare Adriatico: l’orizzonte è colorato dal verde-argento degli ulivi del Gargano, che dolcemente viene a sdraiarsi sulle spiagge dorate, per tuffarsi e rinfrescarsi in un placido, almeno per oggi, mare azzurro.

La giornata di inizio settembre è stupenda: cielo limpido, temperatura ideale, niente smog, clima secco.

Il programma è così fitto che mi lascia pochissimo tempo per il mio vero lavoro: l’enogastronomia locale, ma non me ne pento, perché ho altri due giorni per aggiornarmi e, nel frattempo, mi godo le diverse lingue dalle quali deriva l’italiano e che impreziosiscono il vocabolario della penisola.

Ci trasferiamo così da “By Cosimillo” in piazza del porticciolo, località Foce Varano per una apericena poetica, location ideale per socializzare con poesie e leccornie tipicamente pugliesi. Grande e squisita l’ospitalità.

Vengo talmente rapito dalla dolcezza dei dialetti dei poeti venuti da numerose province, che scatta la mia solita vena patriottica: mentre i nostri governanti fanno un largo uso di barbarismi per “arricchire” la lingua italiana, i “poeti di Ischitella” mettono a disposizione gratuitamente e a chilometro zero vocaboli ben più adatti a descrivere i vari contesti socio-politici italiani: energia pura, non inquinante e rinnovabile.

L’Italia non è abitata da un popolo omogeneo, ma da tanti popoli e, ciò, è una ricchezza inestimabile.

L’appuntamento è presso L’Operetta Osteria di Mare a Rodi Garganico; partiamo prima di tutti in modo da visitare con comodo il centro del paese: viuzze strette, vicoletti pieni di fiori, case bianche abbarbicate su di un promontorio roccioso adattissimo a respingere le invasioni di turchi e orde barbariche.

Per arrivare al ristorante attraversiamo l’interno del paese, per cui non vediamo il mare finché non arriviamo sulla terrazza di largo Masaniello: lo spettacolo del mare azzurro e del porto di Rodi, in una giornata di sole di settembre, vale il viaggio da qualsiasi parte d’Italia (e del mondo): questo è ancora il giardino d’Europa; il languore, poi che ci prende non è la nostalgia di casa, ma i profumi intensi che provengono dalla cucina de L’Operetta.

Ci affrettiamo a prendere posto sulle sedie e tavoli apparecchiati all’aperto sulla terrazza fronte mare e, miei cari lettori, cominciano ad arrivare antipasti, primi piatti, secondi, contorni, tutti dal sapore di mare: non voglio tediarvi con descrizioni noiose, ma se vi trovate a passare da quelle parti, ordinate le orecchiette e le trofie ai frutti di mare con e senza spolverata di caciocavallo. La Verdeca della valle d’Itria, cantina Cardone di Locorotondo, ha degnamente accompagnato tutti i piatti tanto da farci rivenire il languore, adesso si, della nostalgia.

I giorni passano con una rapidità impressionante e, finalmente; Vincenzo riesce a procurarmi le ostriche di San Michele, che in pochissimo tempo stanno conquistando i raffinati mercati italiani, ma che probabilmente si affermeranno anche in quelli stranieri.

Le ostriche sono state chiamate così perché vengono allevate nell’acqua della fonte fatta sgorgare da San Michele Arcangelo: l’allevamento nel lago di Varano era un destino perché l’Abbazia di Mont Saint-Michel in Normandia (dove si allevano le famose ostriche) fu costruita su una pietra proveniente dal Santuario Pugliese di Monte Sant’Angelo: una linea sacra (e gastronomica) che unisce i due paesi

Insomma le ostriche di San Michele, tra il sacro e il profano, devono la loro bontà al microclima, all’acqua salmastra del lago ed al lavoro incessante dei pescatori locali di Ischitella.

La conchiglia si presenta molto dura (devo confessare che ho faticato un po’ più del solito per aprirle), dentellata, all’interno la madreperla è lucida e molto bella da vedere.

La polpa si presenta soda, abbondante, dolcissima, lascia il palato con un lungo sapore marino; ovviamente il matrimonio, con una bollicina classica italiana, ha completato la degustazione, che andrebbe ripetuta all’infinito.

L’enogastronomia in Puglia è una religione.

Il Gargano potremmo considerarlo come un enorme balcone verde che si affaccia sull’Adriatico: un’isola tra la Puglia e il Molise.

Il verde è opera sia dell’uomo (gli ulivi), che della natura (la Foresta Umbra): entrambi forieri di lavoro, ricchezza e, cosa da non trascurare, di salubrità per tutto il Gargano ed oltre.

La vacanza-lavoro sta per terminare, ma prima è opportuno fare, con Vincenzo, una visita ad un uliveto: quello di Pierino Comparelli.

L’appuntamento da Pierino è di buon mattino per la colazione: pane appena sfornato, pomodorini, olio, olive, sale q.b., un godimento d’altri tempi per noi “cittadini”, abituati oramai ai cibi preconfezionati e/o precotti.

“Nel mio uliveto annovero 350 alberi di Ogliarola e 100 di Leccino” ci dice con orgoglio Pierino “…ed un giorno, mentre ospitavo una ragazza bielorussa (d’accordo con mia moglie per allontanarla per qualche mese dalle radiazioni di Chernobyl) ho preso un ramo di un ulivo e l’ho baciato. La ragazza si meravigliò e me ne chiese il motivo; la mia risposta non si fece attendere: è grazie al frutto generoso di questi alberi che ho potuto far studiare le mie figlie e ospitarti”.

“La ragazza ti avrà preso per matto” incalzo io appassionandomi al racconto dal sapore di una antica favola.

“Noo assolutamente, anche lei ha fatto la stessa cosa: ha preso delicatamente lo stesso ramo con il prezioso carico di olive e (la commozione ci sta prendendo a tutti e tre) lo ha baciato”.

Pierino è una straordinaria fonte di umanità e a sentirlo parlare mi vengono in mente tutti quei decenni di crisi economica che costrinsero i Pugliesi (Pierino e suo padre inclusi) ad emigrare per poter mantenere i propri familiari.

L’olio di Pierino è un capolavoro della gastronomia pugliese: di colore giallo con riflessi verdi, profuma di mandorla; al palato si conferma la mandorla con un lieve sentore erbaceo, ma quello che sorprende è l’armoniosità tra la dolcezza e la pastosità con un gradevole finale di amaro e piccante al punto giusto: può creare dipendenza per i veri buongustai.

Lasciamo l’uliveto-giardino di Pierino con una dolce nostalgia: “la vacanza è finita, quando ci ritorniamo?”, dico io, “presto, molto presto” risponde Vincenzo.

 

Henos Palmisano


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