L’arresto di Omar al Mukhtar
Nel corso di un nostro recente viaggio in Libia, conversando sulle grandi opere infrastrutturali che gli italiani hanno fatto ma che noi non abbiamo visto, la guida ci ha parlato di un film di produzione libico-siriana del 1981 dal titolo
Il leone del deserto. Il film, del regista Mustafà Akkad, ucciso tre anni fa in un attacco terrorista di Al Qaeda, si avvaleva di un cast internazionale (Rod Steiger, Antony Quinn, Irene Papas, Oliver Reed e altri) ed era incentrato sulla figura del combattente senussita Omar al Mukhtar. Accanto alla sua vicenda personale la pellicola mette in evidenza le efferatezze del colonialismo italiano negli anni precedenti il secondo conflitto mondiale.
Benché assidui frequentatori di sale cinematografiche, stranamente, del film non ne avevamo mai sentito parlare. Incuriositi, fatti i dovuti approfondimenti abbiamo scoperto che le autorità italiane, nel 1982, non solo si sono limitate a bloccarne la distribuzione nell’intero paese ma hanno anche denunciato il film per “vilipendio alle forze armate”. A scendere in campo ancora lui, Giulio Andreotti, quello che non avrebbe voluto far vedere agli italiani
Ladri di biciclette, spalleggiato dall’allora sottosegretario agli “Esteri” Raffaele Costa.
Ciò che stupisce, nella circostanza, non sono tanto gli assurdi comportamenti censori (del resto ancora oggi si tagliano scene di film come
I segreti Brokeback Mountain, visto integralmente perfino alle isole Tonga) quanto il silenzio di alcuni intellettuali democratici nostrani (che promuovono petizioni per molto meno) e, soprattutto, di quei cineasti che ci regalano film d’autore e spesso fanno sentire la loro voce anche nella vita civile.
In Francia, verso la metà degli anni ottanta, circolava liberamente
Campo Thiaroye, un film senegalese che andava giù durissimo nel denunciare i misfatti del colonialismo francese, ma sul quale il governo di Parigi non si sognò nemmeno di effettuare interventi censori.
La nostra “coda di paglia”, o meglio il nostro provincialismo culturale, segnale di una democrazia non matura (e già in declino) è scoraggiante. Oggi
Il leone del deserto è film per cinefili e circola clandestinamente solo in qualche sala d’essai e su internet. Non sarebbe ora di “liberarlo”? Perché, ad esempio, Gialuigi Rondi, anche a dispetto di eventuali controindicazioni da parte di chi lo ha nominato, non si adopera per presentarlo al prossimo festival del cinema di Roma? Avrebbe dieci mesi di tempo.
Extra:
http://it.wikipedia.org/wiki/Il_leone_del_deserto
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