La magia della Grande Mela in una grigia giornata di pioggia

Un giorno di pioggia a New York, lungometraggio n. 49 di Woody Allen: ennesimo omaggio ad una città, palcoscenico privilegiato delle sue storie e sorgente della sua ispirazione estetica e naturale approdo della sua vicenda artistica ed umana
Francesco Sirleto - 7 Ottobre 2020

Frattanto, ci preparavamo per la mia prima apparizione sulle scene di New York. Non ci saremmo arrivati che per il giorno del Ringraziamento, e avevamo perciò ancora un mucchio di tempo, ma sapevamo entrambi che sarebbe stato l’avvenimento della stagione, il culmine della mia carriera fino a quel momento. Solo a pensarci, mi girava la testa. Mettete insieme dieci Boston e dieci Philadelphia, e non vi basteranno a fare New York. Oppure sommate ottantasei spettacoli a Buffalo e novantatre a Trenton, e non avrete l’emozione di un solo minuto sul palcoscenico della Grande Mela. New York era il massimo, la pietra miliare sulla mappa dello spettacolo, e per quanto folle fossi riuscito a mandare in delirio altrove, sarei rimasto un emerito nessuno finché non avessi fatto vedere a tutti di che cosa ero capace. (Paul Auster, Mr. Vertigo)

 

Un giorno di pioggia a New York è il 49° lungometraggio dell’attore, regista e sceneggiatore newyorkese, un film che, al di là e soprattutto al di sopra del suo non eccelso valore estetico (niente a che vedere con altri film dedicati alla sua città, il nome della quale – oppure di alcune sue porzioni e quartieri – appariva e appare financo nei titoli, es.: Manhattan, Broadway Danny Rose, Pallottole su Broadway, Misterioso omicidio a Mahnattan, New York Stories, e molti altri), possiede tuttavia un fascino particolare. Un fascino dovuto probabilmente e innanzitutto al suo essere uno degli ultimi dell’autore (considerata la sua veneranda età di ultraottantantenne), in secondo luogo al fatto che Allen ritorni a descrivere la sua città dopo non poche opere dedicate e realizzate in altre città da lui molto amate sebbene non quanto New York (la Londra di Match Point, di Scoop, di Sogni e delitti, di Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni; la Barcellona di Vicky Cristina Barcelona; la Parigi di Midnight in Paris e di Magic in the Moonlight; la Roma di To Rome with Love).

Sorvoliamo sulle disavventure capitate a quest’ultimo film di Allen  – girato nell’autunno del 2017, il film sarebbe infatti dovuto uscire nelle sale nel 2018, ma, anche in seguito al dilagare del movimento MeToo, sono rispuntate contro il regista le accuse di molestie sessuali nei confronti della figlia adottiva Dylan Farrow, accuse dalle quali egli era stato assolto molti anni fa. Tali polemiche, promosse dalla ex moglie Mia Farrow, sono state riprese e rinfocolate da numerosi attori del film, provocando così la sospensione dell’uscita del film stesso e nuove azioni legali, e ciò fino all’autunno del 2019, quando il film ha potuto fare, finalmente, la sua apparizione nelle sale di molti Paesi, ma non negli Stati Uniti. Solo pochi giorni fa, caduto il divieto, i fans americani di Allen hanno potuto finalmente vedere il film nelle sale delle principali città degli USA – per parlare brevemente della trama.

La vicenda, invero, è piuttosto “leggerina”; il tutto si svolge in un solo week-end a New York, meta di due giovani fidanzati, Gatsby e Ashleigh (interpretati dai due semi-sconosciuti Timothée Chalamet e Elle Fanning), volenterosi ma alquanto impacciati nelle rispettive parti), appartenenti entrambi alla ricca borghesia finanziaria che ruota intorno a Wall Street; è una coppia non molto bene assortita, con caratteri, gusti estetici e formazione culturale molto differenti, e pertanto destinata ad un’inevitabile separazione al termine di un breve fine-settimana caratterizzato da una pioggia incessante, che contribuisce a tenere lontani i due giovani per la maggior parte del tempo. Una separazione che, inoltre, è facilitata dalla scoperta, per lui, di una nuova fiamma (Shannon, interpretata da Selene Gomez), una ragazza molto più determinata e dalle idee più chiare rispetto ad Ashleigh, e il cui temperamento e la cui formazione risultano essere complementari a quelli di Gatsby. I tre protagonisti si incontrano, si separano, poi si ritrovano, poi si rilasciano, attraversando ambienti, interni ed esterni, nei quali è facile imbattersi in personaggi tipici dell’alta e ricca società newyorkese, portatori di molti vizi privati (un uso smodato di alcoolici e di stupefacenti, una rincorsa affannosa alle occasionali e brevissime relazioni sessuali, una superficiale e mercificante strumentalizzazione della cultura e dell’arte, relazioni intra-familiari artefatte e regolate da una logica mercantile) e di scarse o inesistenti virtù pubbliche.

Non sembra che Allen, pur consapevole della inautenticità e della vuotezza di questo ambiente sociale (al quale egli stesso appartiene), abbia una grande voglia di affondare il coltello della critica nelle carni vive dei suoi rappresentanti; il suo “distacco” critico si limita ad una sottile (fin troppo sottile) e indulgente ironia; siamo lontanissimi dalla drammatica e, insieme, moralistica denuncia messa in evidenza in uno dei suoi migliori film (intendo riferirmi a Match Point, del 2005, ambientato nella Londra della City e della tradizionale e aristocratica caccia alla volpe, svago ormai tipico, rubato alla scomparsa aristocrazia, dell’alta borghesia britannica). Gli amori disinvolti, i party a base di alcool e di coca, i fuggevoli amplessi o mancati amplessi di Gatsby, di Ashleigh, di Shannon, le irruzioni e sparizioni di famosi registi, sceneggiatori, attori, finanzieri, genitori, non suscitano, in verità, la spasmodica aspettativa o, per lo meno, il discreto interesse, dello spettatore per gli sviluppi e l’inevitabile e prevedibile esito della vicenda.

Ma, allora, perché il film, in fondo, piace? Devo, infatti, confessare, il mio compiacimento, o meglio gradimento, per questa ennesima e quarantanovesima prova registica del vecchio Allen. La causa è solo una: New York, una città stupenda, unica, inimitabile, bellissima sotto la pioggia autunnale, con le foglie gialle che cadono dagli alberi e ricoprono con una coltre vegetale le strade e i marciapiedi, con le immagini della passeggiata di Brooklin, con le finestre e i ballatoi e le scale di servizio dei vecchi palazzi di Manhattan, con i viali di Central Park con sullo sfondo i grattacieli, con le splendide sale e le ricchissime collezioni del Metropolitan Museum, con i vecchi negozi di dischi in vinile del Village. Nessuno, meglio di Allen, riesce a descrivere (qui, in verità, lasciandosi aiutare dalla splendida fotografia vintage di Vittorio Storaro) la magia multicolore della Grande Mela, la sua multietnicità e multiculturalità, la struggente bellezza dei suoi due grandi fiumi, dei suoi magnifici ponti, del suo cielo pieno di nuvole che nessun grattacielo riesce a nascondere. Allen ci descrive, nei suoi film, il meglio di New York, allo stesso identico modo con il quale i grandi scrittori ebrei newyorkesi, Philip Roth e Paul Auster, ne dispiegano, nelle pagine dei loro romanzi, i lati nascosti e le pieghe più oscure e tenebrose, i misfatti più atroci e le violenze quotidiane consumate dal potere economico e politico.

Infine, se mi è consentita una nota personale, i film di Allen (anche quest’ultimo, non eccezionale, Un giorno di pioggia a New York), mi richiamano gradevolmente, e gliene sono grato, alla memoria i bei giorni, non molti in verità, trascorsi nella Grande Mela nei soli due viaggi effettuati, nel 2005 e nel 2006: giorni pieni di sole, di lunghissime passeggiate a piedi, di intere giornate passati nei suoi strepitosi e ricchissimi musei, di facili e frequentissimi spostamenti in metropolitana, di veloci pranzi e cene più sostanziose nei suoi economici ristoranti etnici, e delle innumerevoli novità conosciute in una città dalle risorse inesauribili.

Un giorno di pioggia a New York, con Timothée Chalamet – Elle Fanning – Selena Gomez, regia di Woody Allen (2019).

 

Francesco Sirleto

 


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