

Le borgate non si sentono più tali. I primi risultati dell’indagine diretta da Ferrarotti
La periferia non è più sinonimo di emarginazione urbana. Questo concetto, spesso usato come oggetto di annunci politici e astratti, è stato stavolta dimostrato empiricamente, utilizzando lo strumento dell’indagine sociologica. Il 9 marzo infatti è stata presentata presso il Centro Congressi de La Sapienza in via Salaria 113 la prima parte (dedicata ai quartieri Alessandrino, Acquedotto Felice e Quarticciolo) della ricerca “Le borgate di Roma come luoghi significativi della memoria urbana, come risorse umane e premessa per il superamento della dicotomia centro-periferia”. Direttore dell’iniziativa finanziata dal Comune di Roma è stato Franco Ferrarotti, professore emerito e sociologo di fama mondiale, che è intervenuto nel corso del dibattito insieme al moderatore Maria Immacolata Macioti (Direttore del Master in Teoria e analisi qualitativa), Giovanna Gianturco (Dipartimento di sociologia e comunicazione), Gianni Borgna (Assessore alle Politiche culturali del Comune di Roma) e le coordinatrici dei tre gruppi di ricerca Katia Scannavini, Valentina Grassi, Sonia Masiello e Francesca Colella.
Giovanna Granturco, seguendo all’introduzione di Maria Immacolata Macioti, ha ricordato che quest’indagine è stata realizzata per verificare come siano cambiate le borgate romane a distanza di 30 anni dall’ultima indagine condotta da Ferrarotti e avente ad oggetto le stesse aree. Il tutto attraverso un’indagine “qualitativa”, ovvero “dando spazio con interviste non troppo strutturate a persone strategiche, informatori chiave per accedere al territorio, come presidenti di comitati di quartiere, consiglieri comunali, direttori di testate locali”. E’ stato poi proiettato il primo dei tre filmati realizzati, incentrato sulla realtà del quartiere Alessandrino e raccontato nel video dal Direttore della testata “Abitare A” Vincenzo Luciani e da altri rappresentanti del quartiere. Dalla baraccopoli rasa al suolo nel ’77 ad oggi molto è cambiato e di conseguenza di molto è cambiata la percezione che gli abitanti hanno del proprio territorio,. “L’Alessandrino non si sente più borgata periferica – spiega Katia Scannavini, coordinatrice dell’équipe Alessandrino – bensì territorio semi-periferico, a ridosso del centro. Questo perché la città di Roma viene vista come un’onda che investe anche l’Alessandrino, grazie anche ai tempi oggi ridotti per raggiungere il centro, che andranno ancora a diminuire con la realizzazione della metro C”. Rispetto a 30 anni fa inoltre, gli immigrati non sono più italiani del meridione, ma stranieri soprattutto dell’est dell’Europa e del Maghreb. Sacche di disagio tuttavia rimangono. Non c’è un’ ASL, non ci sono biblioteche, teatri, spazi per bambini,non è difficile trovare persone assolutamente ai margini, soprattutto donne sole con più di tre figli e che vivono con il sostegno del servizio sociale.
L’analisi è passata poi a fotografare il territorio dell’Acquedotto Felice, comprendente i quartieri Tor Fiscale, Appio Claudio, Don Bosco, Cinecittà, Quadraro Vecchio e Nuovo. Il filmato relativo ha introdotto l’argomento ripercorrendo, attraverso la memoria storica di un abitante, gli anni delle baracche ricavate sotto gli archi dell’Acquedotto. “Gli sfollati del bombardamento di San Lorenzo del ’44 occuparono gli archi da Porta Maggiore fino a qua. L’acqua fornita dall’Acquedotto era ancora potabile e il riscaldamento era assicurato dalle spesse volte degli archi, che accumulavano durante il giorno il calore sufficiente per riscaldare un’intera notte. E il cibo veniva prodotto coltivando la terra circostante, i famosi “orti”, oggi espropriati dal Comune per realizzare il Parco degli Acquedotti”. Anche Acquedotto Felice oggi non si sente più una borgata e la percezione dell’essere periferici si è spostata oltre il G.R.A. Alcune aree sono diventate zone residenziali medio-alte, le baracche sono sparite , gli stranieri si sono insediati stabilmente e usano come spazio aggregativo il Parco degli Acquedotti; la mobilità pubblica è garantita dalla metro A e dal raccordo ferroviario, anche se quella privata rimane una spina nel fianco. Eppure anche qui occorre guardare a fondo nella realtà per scorgere ancora oggi importanti criticità. “Le attività culturali e ricreative sono del tutto carenti – spiegano le ricercatrici Valentina Grassi e Sonia Masiello – il campo nomadi di Tor Fiscale ospita 600 persone senza bagni né acqua, alcuni orti vengono ancora affittati ad extra-comunitari per costruirvi baracche, gli sfratti per morosità, indice di un crescente impoverimento, hanno raggiunto ormai quota 3000. Senza dimenticare poi l’allarmante disagio giovanile, frutto dell’assenza completa di politiche giovanili e della riduzione del territorio a “dormitorio pubblico : le conseguenze sono i costanti atti vandalici, il fenomeno del bullismo, il forte circuito della droga e i radicati gruppi di estrema destra”.
La terza ed ultima analisi è riferita al quartiere Quarticciolo, nato negli anni ’30 per deportare gli abitanti del centro di Roma sfrattati in seguito agli sventramenti urbani di Borgo e di Piazza Venezia. “Intorno a noi non c’era niente, c’era la marrana con i ponti di legno – racconta un abitante nel video – e nella marrana ci facevamo il bagno”. Oggi al Quarticciolo la marrana non c’è più ma non c’è neanche più la vitalità degli anni ’70. “I negozi, le sedi dei partiti, la questura, il mercato… non c’è più niente. Siamo rimasti completamente isolati.” Quarticciolo è stato concepito con molti “peccati originali”: circoscritto e senza possibilità di sviluppo, palazzi anche di quattro piani privi di ascensori, mancanza di balconi che porta la necessità di stendere i panni alle finestre, bambini costretti a giocare per strada perché i cortili non esistono. La malavita trova terreno in questo contesto disagiato. Qualcosa tuttavia si sta facendo, puntando sulla realizzazione di luoghi di aggregazione come la Ludoteca e la Mediateca. Forse ancora poco.
Le conclusioni dell’evento sono state affidate a chi la ricerca l’ha ideata, il prof. Ferrarotti, e a chi l’ha finanziata, l’Assessorato alle Politiche culturali del Comune, rappresentato dall’ ass. Borgna (in passato alunno dello stesso Ferrarotti, ha egli stesso ha nostalgicamente sottolineato). Borgna ha notato come oggi in borgata il tenore di vita sia migliorato, ma sia peggiorata la qualità della vita. Pasolini con acume parlava di “modernizzazione senza sviluppo”. Borgna ha poi ricordato quanto il Comune, senza alcun aiuto da parte dello Stato, stia facendo per le aree periferiche, portando come esempio Tor Bella Monaca e il lavoro culturale che ha condotto anche alla realizzazione del recente teatro gestito e diretto da Michele Placido.
Ferrarotti, nel rilevare la metamorfosi della borgata dal ’70 ad oggi, ha individuato come cause del fenomeno la tecnologia e la nuova immigrazione. “La tecnologia oggi ha frantumato la classe operaia, gli 80 mila operai edili col cappellino di carta intesta non ci sono più, oggi ci sono le grandi società multinazionali e i loro gruppi iperspecializzati. Le periferie – ha proseguito Ferrarotti – sono un mosaico culturale ed etnico e se si fermassero non andrebbe avanti il centro. In questo la periferia è centrale e per questo il futuro è della metropoli policentrica, com’è stato giustamente intuito dall’attuale Amministrazione capitolina. Oggi non c’è più un centro e una periferia, oggi c’è una comunità umana”.
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