La pista del denaro sporco da Roma alla Romagna

Si allarga inchiesta Antimafia sui locali del centro. Ma la mano dei clan si allunga anche in periferia
da ilmessaggero.it - 22 Ottobre 2008

Da ilmessaggero.it riportiamo un articolo di Valentina Errante apparso il 22 ottobre 2008

Da Piazza Mignanelli a via Veneto. Bilanci, quote societarie e flussi di denaro. Finiscono sotto indagine i locali “bene” della città, sospettati di essere il veicolo per “ripulire” i soldi delle cosche.
Il pm Salvatore Vitello, magistrato della Direzione distrettuale antimafia e titolare del fascicolo sul riciclaggio e gli affari dei clan calabresi nella capitale, sta esaminando i conti e il giro di denaro che ruota intorno a decine di locali nel cuore di Roma. Seguendo i soldi, proventi del narcotraffico e di attività illecite, è arrivato a chiedere il sequestro delle quote societarie di un noto ristorante di piazza Mignanelli. E da lì, poi, si è spinto oltre, fino a guardare i bilanci e i conti di tanti altri locali, ancora nel cuore di Roma, in via Veneto, e sta seguendo il denaro fino alla riviera Adriatica e alla fabbrica del divertimento: Rimini.

Il 20 novembre la sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Roma dovrà decidere sulla richiesta di sequestro di alcune quote del ristorante. Anche se la procura sulla stessa questione avrebbe già ricevuto una risposta negativa. Nelle 400 pagine presentate dal pm si fa riferimento alle cifre, ai soldi, alla personalità di uno dei soci e agli incontri “sospetti” avvenuti sotto gli occhi degli uomini del Ros dei carabinieri. Il collegamento è con il clan Pelle-Vottari. L’ipotesi, che il locale sia servito per riciclare denaro. Gli accertamenti del reparto speciale dell’Arma su altri esercizi del centro sono partiti dal sud. Proprio dalle inchieste dei pm calabresi sulla strage avvenuta a Duisburg nell’agosto 2007. Indagini che hanno portato a sequestri di beni per 150 milioni di euro al clan Pelle-Vottari e ai rivali Nirta-Strangio. A quell’attività sono seguiti altri accertamenti nei quali è finito il ristorante a due passi da piazza di Spagna. Ma non è l’unico sott’accusa. Il titolare del locale non commenta.

Sulla vicenda interviene anche il sindaco Gianni Alemanno: «Vogliamo chiarezza su una situazione che ci allarma molto e non vogliamo che Roma venga utilizzata per investimenti malati né che ci sia una concorrenza negativa agli operatori onesti della nostra città». Poi il sindaco ha precisato: «Non siamo di fronte ad un’attività illegale – è un’attività legale in cui è stato riciclato un capitale sporco. Una situazione che potrebbe essere abbastanza diffusa in città: la camorra di più in periferia e la ‘ndrangheta di più al centro».

L’intensa attività delle cosche a Roma non è una novità. L’ex procuratore della Dna Luigi De Ficchy aveva lanciato l’allarme e il rapporto dell’Osservatorio tecnico scientifico per la Sicurezza e la Legalità della Regione Lazio, lo scorso maggio, era chiaro: «Anche Roma, malgrado una struttura sociale, imprenditoriale e istituzionale forte e attenta, risente delle infiltrazioni della criminalità organizzata. Alcuni settori imprenditoriali – si legge nel documento – sono controllati o condizionati da gruppi criminali». Gli osservatori facevano riferimento a «Formazioni criminali che si ricostituiscono intorno a gruppi come Nicoletti, Fasciani, Terribile e Casamonica, rafforzati anche da esponenti di organizzazioni criminali delle regioni meridionali: le loro attività di base, usura ed estorsioni, non solo garantiscono cospicui guadagni, ma consentono il controllo di attività commerciali e imprenditoriali».

A Roma è stata segnalata la presenza di formazioni di matrice ndranghetista, legate alle organizzazioni campane, a Cosa Nostra alle famiglie catanesi. Gli investimenti riguardano «i settori immobiliari e commerciali che spesso possono contare su insospettabili complicità nel mondo della finanza e delle professioni». Poi la presenza diffusa di «soggetti» collegati a cosche calabresi: «A Cinecittà, Casilino, Appio e in alcuni comuni a nord della città, quali Rignano Flaminio, Morlupo e Sant’Oreste».

La mano dei clan anche in periferia

L’attacco dei clan su Roma. La mappa stilata dall’Osservatorio tecnico scientifico per la sicurezza della Regione Lazio non lascia dubbi. Una divisione della capitale in zone di controllo e potere. Si comincia da Flaminio nord sotto l’egida della ’Ndrangheta calabrese. Cinque ’ndrine per gestire il territorio: quella dei Morabito, Bruzzaniti , Palamara, Speranza e Scriva.
A gestire l’area di San Basilio, invece, sarebbe la ’drina Sergi-Marando.
Alla Borghesiana il clan calabrese Ierinò.
I quartieri di Tor Bella Monaca e la Romanina, secondo l’Osservatorio, sono controllati dalla criminalità locale: clan Alvaro e Casamonica. E ancora i Casamonica eserciterebbero la propria influenza nella zona Appio Tuscolano e Anagnina. Ciampino e Centocelle, invece, sono in mano alla camorra: clan Senese.
A Ostia a gestire gli affari sarebbe la vecchia criminalità locale, in accordo con i clan siciliani e campani. Componenti dell’ex banda della Magliana si sarebbero alleati con i Fasciani, i Cuntrera-Capuana, con il clan Triassi e con i Senese.
Nell’area romana sono le imprese commerciali, soprattutto supermercati, autosaloni, attività di ristorazione e negozi di abbigliamento i settori economici attraverso i quali opera la criminalità organizzata.


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