

Al Museo in Trastevere, piazza S. Egidio, foto e immagini di una città sparita
“… stupenda e misera città/ che mi hai fatto fare/ esperienza di quella vita ignota/ fino a farmi scoprire/ ciò che, in ognuno, era il mondo”. Sono versi tratti da “Il pianto della scavatrice”, una delle prime poesie di Pier Paolo Pasolini dedicate alla città che, nel 1950, lo aveva accolto dopo che era stato costretto a “fuggire” dal Friuli per una brutta vicenda legata alla sua omosessualità.
Il legame tra Pasolini e la città Capitale d’Italia, e in particolare con le sue periferie e con il sottoproletariato urbano, non s’interromperà più fino alla sua tragica morte, avvenuta il 1° novembre del 1975.
La mostra che il Comune di Roma ha dedicato al grande scrittore e regista (Museo in Trastevere, piazza S. Egidio, dal 21 ottobre al 22 gennaio scorsi) rappresenta un giusto omaggio all’opera di un intellettuale completo e scomodo, uno di quei pochi nei quali l’antico ideale dell’identificazione “vita-arte” si è pienamente realizzato, nello spirito e, soprattutto, nella carne.
Di quella Roma, stupenda e misera, che Pasolini meglio di chiunque altro seppe rappresentare nei suoi libri e nei suoi film, la periferia (con i suoi prati, le sue borgate, le baracche, i palazzoni in costruzione, i cumuli di rifiuti, le sterpaglie lungo gli argini dell’Aniene, ma in primo luogo i suoi Accattone, Riccetto, Tommasino, er Carota, er Lenzetta, e tutti quei “moretti” che si ritrovavano davanti ai baretti tra la Marranella e il Pigneto) ne costituiva la parte più profonda e primigenia: il cuore e il ventre.
La mostra cerca – attraverso le foto, i quadri di pittori come Vespignani, Carlo Levi e Bruno Canova e le immagini tratte dai film dei primi anni sessanta – di restituirci il colore, i sapori, gli odori, le urla e i silenzi dei pomeriggi assolati e polverosi trascorsi in quartieri che, all’epoca, non erano più campagna ma ancora indugiavano a divenire città.
Toccanti e drammatiche sono le immagini dei campetti del Quarticciolo, delle baracche lungo l’Acquedotto Felice e della Borgata Gordiani, di una via del Pigneto priva di automobili, percorsa a piedi da due sonnolenti carabinieri, tra palazzi e tuguri di legno e lamiere, di una Pasquetta nel pratone di Centocelle gremita di innumerevoli famigliole alle prese con la merenda, di una splendida Anna Magnani seduta su una moto Guzzi in una via del Quadraro piena di palazzoni INA-casa, e tante e tante altre belle istantanee.
Un mondo ormai scomparso, spazzato via dall’omologazione e dall’omogeneizzazione dei costumi e dei linguaggi, un mondo dove poteva capitare, nelle serene sere d’estate, di assistere, per un attimo, al volo di una lucciola. Un mondo di “regazzetti” dai nomignoli che ne definivano, molto spesso, il carattere, il modo di fare e di atteggiarsi, i tic: “Picchiola, Nicchiola, Negretto, Sciaboletta, Cappellone, Ciambellone, Lupetto, Zelletta, Sbaficchio, Luccicotto, Scintillante, Fumetto, Rabadicchio, ecc”. La mostra è anche illustrata da un bellissimo catalogo, un vero e proprio libro fotografico e d’arte da acquistare e conservare religiosamente.
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