“L’Aquila d’oro”: la trattoria-pizzeria di romanzi e di film

Un luogo mitico e sconosciuto agli stessi abitanti di Torpignattara. Storia di una grande amicizia e di una proficua e fertile collaborazione: Pasolini e Sergio Citti
di Francesco Sirleto - 17 Agosto 2015

“Arrivo a Torpignattara che un sole sfiatato si aggrappa ai terrazzini dei palazzi nuovi, ammucchiati in fila, sopra le case di un quartiere di cui si è persa la memoria: un quartiere tra rustico e malandrino. Una Roma morta senza essere mai vissuta. Il sole si aggrappa a quelle file di terrazzini, dico, e di costoni di case giallastri – quando non sono blu, o grigi, o rossi, e lisci come superfici di quadri a olio (con sotto, ripeto, gli intonachi sgranati delle vecchie case giallette di una periferia ormai finita). Il colore di fango dell’aria è appena un po’ screpolato dalla luce radiosa, ma compressa, delle tre pomeridiane. Sulla gente, vestita di panni miserabili, unti, impolverati e bagnati, corre un brivido estivo. Fa di nuovo caldo …” (P. P. Pasolini, Diario del 21 ottobre 1960).

L’incrocio tra via Casilina e via Torpignattara è contraddistinto da un grande e pretenzioso negozio di abbigliamento, molto frequentato soprattutto dai tantissimi cittadini stranieri residenti nel quartiere; davanti, sul marciapiede che dalla Casilina improvvisamente devia ad angolo retto su via Torpignattara, si allineano le moltissime bancarelle, gestite soprattutto da immigrati dal Bangladesh, che offrono, a prezzi molto contenuti, un’enorme e policroma varietà di merci di provenienza e manifattura in gran parte cinese.

Qualche metro più avanti, ma su via Torpignattara, si trova, seminascosta, l’insegna di un locale al cui interno si accede salendo alcuni scalini: si tratta della trattoria-pizzeria “Il Gabbiano 2”, ben nota tanto ai nuovi quanto ai più anziani residenti del quartiere. Tra questi ultimi (soprattutto quelli molto anziani, diciamo dai settanta in poi) non è raro imbattersi in alcuni che, per indicare il locale in questione, ancora adoperano l’antica e originaria denominazione, vale a dire “L’Aquila d’oro”.

Non conosciamo, né ci interessa conoscerli, i motivi che hanno determinato, forse una ventina di anni fa, il cambiamento di ragione sociale dell’esercizio. E’ molto più interessante sapere che molte testimonianze, sia orali che fotografiche, attestino l’esistenza della trattoria fin dai primissimi anni dopo la fine della guerra: in una immagine del 1950, dedicata al mercato all’aperto che allora si svolgeva quotidianamente nella strada, appare, ben visibile, la sua insegna.

Circa un anno dopo, nell’estate del 1951, L’Aquila d’oro divenne meta costante, con cadenza settimanale, di un magro professorino precario di scuola media, appena trentenne, proveniente da Casarsa del Friuli, trasferitosi (ma sarebbe meglio dire: costretto a trasferirsi a causa di un pubblico scandalo legato alla scoperta della sua omosessualità) a Roma, all’inizio del 1950 insieme all’anziana madre, e che proprio in quell’estate del 1951 da una camera d’affitto di via Costaguti (antico ghetto ebraico) aveva traslocato in un piccolo appartamento in via Tagliere n. 3, borgata Ponte Mammolo, nei pressi del nuovo carcere di Rebibbia, estrema periferia est della capitale.

Il “professorino” di cui trattasi era un personaggio destinato, negli anni successivi, a diventare celebre, sia a livello nazionale che internazionale: Pier Paolo Pasolini, scrittore, poeta, cineasta, critico letterario e feroce polemista negli ultimissimi anni della sua esistenza.

In quella torrida estate del 1951 era ancora, però (povero in canna e tormentato dalle esigenze quotidiane del vivere: il suo magro stipendio non superava le 27.000 lire mensili) alla ricerca di una sua propria dimensione o, per meglio dire, precisa identità, sia umana che professionale.

Sono, quelli, gli anni decisivi della sua formazione e Roma, città “stupenda e misera” insieme – con la sua umanità e la sua sensualità, con i suoi ragazzi di vita, con le sue borgate, con i suoi drammi e con il suo splendido passato sedimentato in ogni pietra, vicolo, monumento, chiesa – offre il teatro, gli spettatori, ma anche il palcoscenico e gli attori e le storie, che determineranno la vicenda umana e artistica del poeta proveniente dal profondo Nord cattolico e contadino.

Ebbene, tra gli elementi che influenzeranno questo “rovesciamento” di prospettiva, questa sorta di profonda metamorfosi, dal senso cristiano e contadino della vita alla pagana sensualità della metropoli, che avviene in coincidenza del compimento dei suoi trent’anni, un ruolo fondamentale lo giocarono gli incontri che Pasolini fece nelle sue serate all’Aquila d’oro, da lui frequentata assiduamente almeno fino a tutto il 1953 e poi, negli anni successivi, più saltuariamente ma mai dimenticata.

E qui il discorso non può che cadere sul “pittoretto della Marranella”, su Sergio detto il “Mozzone”, alias Sergio Citti, che si guadagnava da vivere svolgendo la sua professione di imbianchino nei cantieri che andavano diffondendosi a macchia d’olio nella smisurata periferia romana.

All’inizio dell’estate vi è il primo incontro tra i due, sul greto del fiume Aniene a Ponte Mammolo, là dove era usanza, per i giovani di borgata, recarsi a fare il bagno per combattere in qualche modo il caldo e l’afa e la polvere delle povere e squallide strade di periferia.

ex cinema impero-2Poche parole e niente più. Dopo qualche giorno Pasolini, accanito frequentatore di sale cinematografiche, rivede Citti davanti al cinema Impero, in via dell’Acqua Bullicante, a due passi dall’abitazione di Sergio il pittoretto. Dopo la fine del film inizia una passeggiata per le vie del quartiere e una conversazione che ebbe termine solo a notte fonda, sui gradini della chiesa di San Marcellino.

A quel primo incontro seguirono le serate e le “magnate” in pizzeria, precisamente a L’Aquila d’oro, alle quali Pasolini si presentava con penna e taccuino, ricopiando accuratamente le parole, le espressioni, le frasi, le interiezioni dialettali e gergali che Citti, i suoi fratelli e i suoi amici (ad ogni incontro in trattoria aumentavano progressivamente i partecipanti e gli avventori), aiutati dal vino e dall’allegria conviviale, pronunciavano nel corso di quei rustici “simposi”.

420881Sergio Citti si era assunto così il compito di “glottologo” e di “semiologo”, ma anche di “traduttore istantaneo”, vale a dire di mediatore culturale e linguistico tra quel mondo di “borgatari”, parlanti una lingua franca che assomigliava al romanesco classico del Belli ma non era più quella, e il futuro scrittore venuto dal Nord.

Proprio lui, Pier Paolo Pasolini, nato a Bologna ma formatosi nel Friuli contadino di Casarsa, era destinato a fornire dignità letteraria e cinematografica (con romanzi come Ragazzi di vita e Una vita violenta, e film quali Accattone e Mamma Roma) a quella lingua e a quell’ambiente borgataro e periferico di una Roma che, tra gli anni cinquanta e i sessanta, era sottoposta ad una crescita tumultuosa e impetuosa, contraddittoria e problematica.


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