Le Sorelle Macaluso (2020), di Emma Dante in sala a Roma

IL CINEMA DI RE-MOVIES / 1  
Laura Pozzi - 3 Ottobre 2020

Presentato in concorso alla 77ᵃ mostra del cinema di Venezia, è nelle sale cinematografiche italiane l’ultimo film di Emma Dante Le sorelle Macaluso.

Sette anni dopo il convincente e pregevole esordio con Via Castellana Bandiera (Coppa Volpi come miglior attrice ad Elena Cotta), Emma Dante torna al Lido nella selezione ufficiale con Le sorelle Macaluso. Artista eclettica, poliedrica, punta di diamante del nostro teatro, la regista palermitana si cimenta per la seconda volta con una storia tutta al femminile adattando una delle sue pièce teatrali di maggior successo e tra le più rappresentate in Italia e all’estero. Maria, Pinuccia, Lia, Katia e Antonella sono cinque sorelle di età compresa tra i nove e i diciotto anni che vivono in una grande casa alla periferia di Palermo. Un appartamento che fra dramma e spensieratezza abbraccerà e respingerà le loro esistenze modellando infanzia, età adulta e vecchiaia attraverso il lento e inesorabile scorrere del tempo. Chirurgo plastico feroce e scultore infallibile nel deturpare volti e svilire corpi incidendo i segni indelebili del suo passaggio, il film si suddivide in tre capitoli dove a tiranneggiare è un sottile, ma profondo senso di colpa con il quale le sorelle non riescono a stipulare una tregua. Cinque donne vitali e danzanti, insoddisfatte e malate, invecchiate e morenti colte nei tre momenti cruciali della vita. Risulta ardimentoso estrapolare la sinossi da un film impossibile da raccontare, avvolto da un alone carismatico travolgente e irregolare dove a prevalere sono elementi cinematografici di pura ispirazione teatrale.

I film di Emma Dante vivono d’istinto, occupano e dominano lo spazio,  si forgiano sul gesto sul movimento e se alcune sequenze di questo dramma familiare risultano quasi accecanti nella loro abbacinante magnificenza è merito di un’artista capace di creare attraverso una sensibile fusione delle arti “la grande bellezza”. L’idea di una trasposizione cinematografica nasce dall’esigenza di regalare una casa alle protagoniste. Dopo averle frequentate e dirette sui palchi di mezzo mondo risultava quasi inevitabile dotarle di una dimora per focalizzare e scrutare il loro percorso attraverso lo sguardo visionario della macchina da presa. Nel testo teatrale le sorelle sono sette, nascono dal nulla, si materializzano nell’oscurità, sono presenti i genitori e il figlio di una di loro, ma non hanno un posto dove tornare. La presenza della casa risulta quindi fondamentale nel tracciarle, nel farle muovere in spazi “affettivi” inalterabili che nonostante il passare degli anni non mutano aspetto, presentano al massimo qualche crepa, ma sono sempre pronti ad accoglierle. La casa intesa non solo come simbolo di memoria, ma percepita come seconda pelle, come corpo che ospita e custodisce ricordi, affetti, averi. Ma anche visioni, innocenti presenze intese non come fantasmi, ma come parti di un congegno emotivo in continua evoluzione. Nel seguire le tre fasi della vita, Emma Dante si è servita di dodici attrici diverse per evidenziare i repentini cambiamenti temporali. Una scelta audace, che  sottolinea l’esigenza di mostrare in primis una somiglianza “emotiva” totalmente avulsa dall’artificio, dal trucco che sfida la perfezione di un tempo capace di fissare le abitudini, ma non altrettanto abile nel preservare il nostro “involucro”.

Una scelta ponderata che richiede uno sguardo neutro da parte dello spettatore abituato ai “rassicuranti” e falsi invecchiamenti a cui di norma si sottopone un attore. In Emma Dante non c’è trucco e non c’è inganno, la regista punta a un’autentica finzione capace di rispecchiare e risvegliare nel profondo la mutevolezza e veridicità di una vita contrassegnata da inevitabili tragedie. Ma la vita per fortuna non è solo questo e lo dimostra quel breve lasso temporale in cui le meravigliose creature saranno davvero luce per i nostri occhi. Il film si apre su un “buco” scavato con impeto e ostinazione sulla parete del salotto, per vedere qualcosa. Non sappiamo esattamente cosa, quel buco resterà un mistero per tutta la durata della storia, fino al suo riapparire finale quando calerà il sipario e non ci sarà più nulla da osservare e la casa svuotata dei suoi oggetti e orfana delle sue custodi, assumerà le raggelanti sembianze di una spettrale dimora. Abbiamo conosciuto le sorelle nella loro versione migliore, siamo entrati nella loro casa, le abbiamo viste accapigliarsi, litigare, truccarsi, intrattenersi con i colombi, speciali coinquilini e “piccole persone” che non le hanno mai perse di vista facendo dell’home sweet home il loro motto preferito.

Ci siamo lasciati travolgere dalla loro esuberanza, dall’entusiasmo esagitato di una giornata al mare, dagli approcci amorosi di Maria, la promettente ballerina che va incontro alla vita a passi di danza e bacia con la stessa armoniosa determinazione le labbra di una coetanea. Abbiamo spiato il fascino ancora acerbo, ma accattivante di Pinuccia, l’abbiamo ammirata col rossetto sulle labbra con lo stesso stupore e meraviglia della piccola Antonella affascinata e rispettosa dei suoi colombi tanto da farli mangiare nel piatto buono del servizio di casa. Ci siamo appassionati alle letture di Lia, al suo sillabare ogni singola parola di Oriana Fallaci, Anna Maria Ortese, Dostoevskij e abbiamo fantasticato sullo sfilatino di Katia. Gesti, emozioni, sguardi, sentimenti, dolore, frustrazione abbiamo condiviso tutto di queste indimenticabili sorelle, le abbiamo osservate da quel buco iniziale, scavato apposta per noi, per ospitare il nostro sguardo e farlo brillare per una manciata di minuti. Ci siamo lasciati sfiorare da canzoni immortali, abbiamo imitato le fanciulle sulle note di una struggente e (ingiustamente) dimenticata Gerardina Trovato e alla fine siamo rimasti scossi e devastati da una serie di corto circuiti emotivi troppo simili alla realtà. Ma alla fine le abbiamo ritrovate e insieme ci siamo lasciati cullare dal dolce rumore del mare.

 

Laura Pozzi


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