Martin Eden di Pietro Marcello esce negli USA e la critica americana lo incorona

Valerio Principessa - 1 Novembre 2020

È sempre favoloso quando un film che richiede impegno fa successo in giro per il mondo indipendentemente dalla provenienza e dall’effettiva qualità. Se poi si tratta di un made in Italy d’avanguardia, summa del lavoro di una mente geniale sempre un po’ nascosta nell’ombra (e scoperta dai grandi palcoscenici che almeno una volta fanno loro il primo passo) come quella del quarantaquattrenne casertano Pietro Marcello (La Bocca Del Lupo, 2009), allora significa che qualche speranza questo paese ce l’ha ancora. E in questo caso la speranza si estende oltre oceano.

Martin Eden è uno dei capolavori del decennio scorso a livello mondiale: una summa di letteratura, astrattismo e vette recitative e di messa in scena distillata in 130 minuti di incanto filmico. Una trasposizione di un romanzo di Jack London, che vede Napoli rimpiazzare Oakland e che ci immerge nella lotta di un giovane nessuno finora sguazzato nell’ignoranza alla ricerca di un Eden che sia una sintesi tra la neo passione individuale per la scrittura e il riconoscimento sociale, con l’amore per una soave ragazza altolocata e  la rappresentanza delle fasce più deboli della popolazione a incoronare le grandi ambizioni. La scala per il Paradiso è lunga e tortuosa, i rapporti sociali sono aspri e contraddittori, il cielo dello sfondo partenopeo è spesso pallido e disincantato. Pietro Marcello trova in queste coordinate le condizioni perfette per proporre uno stile eclettico che coniuga un linguaggio neo-realista e un astrattismo magico da quadro di De Chirico che si adattano perfettamente ad un racconto di formazione di gioventù adulta. E offre a Luca Marinelli le condizioni ideali per esprimere come non mai la sua verve recitativa, che esplode quando il successo per il protagonista arriva davvero e allora è l’inizio della distruzione interiore, di un culto della personalità difficilmente tenuto a bada.

In questo senso il film del 2019, così come il romanzo del 1909 dello scrittore di San Francisco, diventa rappresentativo della società attuale, pur partendo lontanissimo nel tempo e nello spazio. E negli Stati Uniti che sono stati la patria di Jack London, una delle vette letterarie del Nuovomondo, sconvolti dagli scontri sociali, dalla crisi delle certezze di una classe media al pari dell’Europa e da un “sogno” di miglioramento individuale che sembra svanito nei meandri di un Novecento mai così rimpianto, questo non poteva essere ignorato.

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Per il “The New York Review” Martin Eden è un fulmine a ciel sereno, pieno di idee in grado di unire cinema verità e commedia dell’arte. Per il “Los Angeles Times” è magnetico e pieno di passione. Per Rolling Stone è un capolavoro.

Ma al di là dell’effettiva bellezza dell’opera, l’impressione è quella di trovarsi davanti ad una doppia appropriazione culturale. Doppia in quanto già il regista Marcello prendeva un classico della letteratura statunitense, che come Scott Fitzgerald, Henry James e John Steinback portava alla luce le contraddizioni della neo-società basata sul Libero Mercato con l’oppressione e la disumanizzazione degli elementi più deboli ridotti a pedine strutturali di sistema, per trasportarla nell’area probabilmente più periferica, immobile e “monarchica” dell’economia italiana come ai tempi fece Pier Paolo Pasolini nella Trilogia Della Vita e della Morte (non portata a termine) con Boccaccio (trapiantato proprio a Napoli da Firenze), Chaucer, Le Mille e una Notte e De Sade.

Ora la critica americana interpreta il lavoro di Marcello, appropriandosi dell’intento intellettuale e di aderenza alle arti, per proporlo al grande pubblico come storia di riscatto sociale e di perseveranza nel conseguimento delle proprie, legittime e libere ambizioni come in effetti sarebbe… spogliando l’opera della parte più ostica a livello ideologico, la riflessione sul Marxismo e sul ruolo dell’individuo rappresentante del tessuto sociale, che nella parte centrale fino al finale è evidente.

Martin Eden diventa un John Rambo della scrittura? Probabilmente è un’associazione forzata di tipico snobismo europeo e i critici americani (e il pubblico americano) avranno davvero rispolverato il proprio rapporto con la grande tradizione dell’arte al servizio dell’impegno sociale e politico, che a furia di pubblicità e serial televisivi impostati su misura dei tempi commerciali televisivi è stata accantonata da decenni.

Fatto sta che questa felice storia di successo tutto italiano (di quell’Italia produttivamente e distributivamente periferica) dimostra come in fondo ogni giudizio di qualità abbia sempre alla base la cultura degli individui, dei gruppi sociali, dei popoli che compongono una nazione. Martin Eden avrebbe lo stesso successo negli USA (magari perfino alla Notte degli Oscar) se derivasse da un libro indiano o dell’Africa sub-sahariana? Se vivessimo negli anni ’70, quando anche il pubblico medio era abituato al contatto con il desiderio di conoscenza, probabilmente sì. Oggi non possiamo che esimerci dall’applaudire un nostro prodotto culturale, trasformato dalle coscienze di chi guarda in qualcosa che non sappiamo neanche noi.

 

Valerio Principessa

 


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