‘Midnight in Paris’: sogno e creatività nella Parigi della ‘lost generation’

In compagnia di Hemingway e di Fitzgerald. Il penultimo film di W. Allen fa riguadagnare al regista le posizioni perdute dopo Match Point
di Francesco Sirleto - 29 Aprile 2012

“Uscii sul marciapiede e m’incamminai verso il Boulevard Sant-Michel e, passando davanti ai tavolini della Rotonde, ancora affollati, guardai il Dome, sull’altro lato della strada, dove i tavoli si spingevano sino al bordo del selciato. Qualcuno mi fece un cenno di saluto da un tavolino. Io non vidi chi era e proseguii. Avevo voglia di andare a casa. Il Boulevard Montparnasse era deserto …” (E. Hemingway, Fiesta).
“Da quando era a Parigi Abe North aveva addosso una lieve patina vinosa; aveva gli occhi iniettati di sangue per il sole e per il vino. Rosemary capì per la prima volta che dappertutto si fermava a bere e si chiese cosa ne pensasse Mary North …” (F. S. Fitzgerald, Tenera è la notte).

“Midnight in Paris” è il penultimo film girato dall’ormai settantasettenne regista newyorkese W. Allen (l’ultimo è infatti “To Rome with love”, da pochi giorni in programmazione nelle sale della Capitale); è uscito in Italia il 2 dicembre del 2011, ma soltanto pochi giorni fa abbiamo finalmente trovato il tempo di visionare nel Cinecircolo Romano del San Leone Magno. Il ritardo, del tutto casuale, è stato in qualche modo “giustificato” ex-post da un nostro recente viaggio nella capitale francese per motivi di servizio. Un caso però baciato dalla fortuna, per averci dato l’opportunità di confrontare le reali immagini ed atmosfere della “Ville Lumière”, fissate nella memoria e cumulate a quelle dei precedenti viaggi, con quelle offerteci copiosamente dall’opera del nostro Woody.

Ebbene, dopo aver visto il film ed averne ricavato forti e durature emozioni e suggestioni, riteniamo doverosa un’immediata pubblica autocritica. Eravamo infatti convinti che, dopo “Match Point” (a nostro avviso il suo capolavoro), fosse incominciata la decadenza senile del regista da noi tra i più amati e fedelmente seguiti, nel suo percorso, almeno dal 1969, dai tempi cioè di “Prendi i soldi e scappa”.

Testimonianza di questa incipiente decadenza ci era sembrato, senza ombra di dubbio, il bruttissimo “Vicki, Cristina, Barcelona”, film in cui perfino un grande attore come Javier Bardem appariva penosamente come “pesce fuor d’acqua”, quasi incapace di recitare con un minimo di dignità.

Senza infamia e senza lode gli altri tre prodotti, a partire da “Scoop” (2006), “Basta che funzioni” (2009) e, infine, “Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni”, appunto “prodotti” commerciali, ben poco assimilabili ai migliori film alleniani.

Con “Midnight in Paris”, invece, Woody ritorna ai suoi livelli più elevati; non sarà forse all’altezza del già menzionato “Match Point”, ma è ad esso abbastanza vicino. Ne siamo felici e soddisfatti. Allen ci dà, con questo film, la dimostrazione di come si possa amare e vivere una città come Parigi, colta (con una magistrale fotografia) non soltanto nelle sue vedute e nei suoi monumenti ben noti all’universo mondo, ma anche e soprattutto raccontandone il passato, e in particolare l’epoca della “lost generation”, vale a dire il periodo che va dalla fine della prima guerra mondiale al 1929.

E’ l’epoca nella quale molti giovani e brillanti intellettuali americani scoprono e s’impadroniscono della città, dei suoi bistrots, delle sue sale da ballo e dei suoi quartieri equivoci ed artistici; l’epoca di Hemingway, di Scott Fitzgerald e di sua moglie Zelda, di Henry Miller, di Gertrude Stein, di Sylvia Beach e della sua libreria “Shakespeare and company”, di T. S. Eliot, di Cole Porter, di Gershwin, ma anche dell’”Aquila Solitaria” Charles Lindberg e della sua trasvolata sull’Atlantico. L’epoca in cui la cultura americana, in tutte le sue componenti, si abbevera e si nutre, a Parigi (e dove, altrimenti?), dei migliori prodotti della cultura, della musica, delle arti figurative europee. L’epoca nella quale, dopo l’effimero dadaismo, nasce e mette solide e fertili radici il surrealismo, con Aragon e Breton, Dalì e Magritte, Tanguy e Man Ray, Bunuel e Vigo, un surrealismo che trova alimento nella filosofia di Bergson e nella psicanalisi di Freud.

Un’epoca d’oro, quindi? Sicuramente tale la intende il protagonista del film, lo sceneggiatore hollywoodiano Gil (alter ego molto ringiovanito di Allen), forse inspirato dalle sue molte letture giovanili. Gil, sebbene ben pagato dalle case di produzione per le quali opera, è in realtà insoddisfatto del suo lavoro: vorrebbe intraprendere la carriera di scrittore ed ha appena terminato la prima stesura del suo primo romanzo. Parigi lo strega con la sua magia e con le memorie cristallizzate nelle sue strade e dei suoi locali. Così gli capita che, notte dopo notte, allo scoccare della mezzanotte, egli si trovi “per incantamento” catapultato nella Parigi del 1925 e dintorni, dove incontra i suoi idoli e dove s’innamora perfino di una delle molte bellissime e affascinanti donne che, in quell’epoca, erano oggetto di desiderio e di contesa tra Hemingway, Picasso e molti altri artisti. Gil si ritrova, surrealisticamente, a vivere di giorno nell’attualità, di notte nel passato che egli venera e nel quale, è evidente, vorrebbe aver vissuto.

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Alla fine Gil comprende la lezione: è la sua attuale professione di sceneggiatore che, non corrispondendo alle sue propensioni e alla sua creatività artistica, provoca in lui quell’effetto di “straniamento”, per sfuggire al quale sogna di immergersi nella sua mitica “epoca d’oro”. Da qui la sua decisione: rompere con la fidanzata (un bell’esempio di arrampicatrice sociale che sogna una grande villa a Beverly Hills, un bellissimo matrimonio con Gil, ma che non si fa alcuno scrupolo nel mettergli le corna con un pedante professore universitario, sedicente esperto d’arte europea), non ritornare ad Hollywood, mettere radici a Parigi, innamorarsi di una giovane bouquiniste.

La morale? Forse la seguente:contro la mercificazione totale, solo l’arte e la creatività può restituirci la nostra autentica essenza umana, la nostra libertà. Illusione? Può darsi, ma il film è molto bello e godibile, recitato magnificamente da bravissimi attori e diretto con altrettanta bravura e con tanto amore da un meraviglioso regista: si esce dalla sala conciliati con noi stessi e con il mondo. 


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