Quando Gigi Proietti a Ostia conquistò Jodie Foster

Omaggio al popolare attore con uno dei suoi film più periferici
Valerio Principessa - 3 Novembre 2020

Era il 1977 in un’Italia molto diversa da oggi, più locale, meno europea, lontana dagli standard civili e sociali del mondo avanzato. Un’Italia in cui l’abusivismo veniva tollerato se non visto con la bonaria pietas di chi ci prova a vivere e godersi a poco prezzo le cose. I “casotti” erano un fenomeno alquanto popolare in quel periodo di sussulti sociali e politici, l’inizio della stagione del terrore e un modo solidale di convivere interclassista: non si trattava di case d’appuntamenti dove si esercitava la prostituzione, che nell’antichità venivano così chiamate… o meglio, volendo poteva esserci anche quello, ma nella maggioranza dei casi e delle situazioni che vi capitavano, erano delle cabine pubbliche adibite a spogliatoi o a luoghi di ristoro, molto popolari sul litorale romano.

È il set perfetto per un autore figlio delle periferie, uno che non riusciva a fare a meno dell’intercalata romanesca, un consulente di Pasolini sullo stile di vita nelle borgate, nonché attore e dal 1970, anno di produzione del tragico, neorealista e fulminante esordio “Ostia”, anche autore a tutto tondo capace di arrivare laddove tanti colleghi anche più quotati non hanno potuto. Sergio Citti è stato uno dei grandissimi protagonisti della cinematografia che partendo dal periferico arrivavano al centrale. Un narratore di fatti di umanità semplice, gretta e bonariamente meschina sullo sfondo di una periferia romana che si popolava di artisti internazionali: basta pensare a Carol Alt e a Malcom McDowell, sì, il “drugo” di Kubrick, che nell’89 si ritrovano al cimitero di “Mortacci”, film surreale come nella più grande tradizione di un realismo magico che si macchiava delle asprezze di vite marce ma proprio per questo anche gravide di paradossi ed emozioni.

Prima di loro, già nel fatidico ’77, una giovanissima e tenera ragazza americana compare nel casotto numero 19 di Ostia: è la neo star della New Hollywood, colei che per Martin Scorsese batteva sui marciapiedi di New York “protetta” da Harvey Keitel e liberata da Robert De Niro. “Taxi Driver” è di appena un anno precedente e incredibilmente quella presenza così dolce e delicata si appropria di un accento delle borgate romane (doppiata), per accedere al set teatrale di un film che più avanguardistico e statico non si potrebbe. Jodie Foster, insieme alla famiglia che vorrebbe accasarla con un buon stupidotto che finirà in cerca di angurie sotto la sabbia (e interpretato da Michele Placido), è una delle frequentatrici ripetute di uno spazio chiuso che ci preclude la visione del mare: è la grande intuizione del regista, che rende questo kammerspiel (o dramma da camera che dir si voglia) un’opera in grado di dialogare a stretto contatto con Samuel Beckett, Harold Pinter e il teatro dell’assurdo.

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L’unico momento che la macchina da presa ci libera da quel luogo insieme protettivo e angusto è nell’incipit, che vede un Ninetto Davoli che cerca di godersi una sigaretta in spiaggia e ostacolato dal vento che soffia forte. E allora ecco il “casotto” quale luogo ideale per togliersi sfizi e condividere gioie e dolori di umanità e star system vario: una squadra femminile di pallavolo, un teologo inglese, due galeotti in cerca di svolte sessuali (lo stesso regista e per l’appunto il trentasettenne Proietti, che se la vedrà con una botta in testa e un sogno con Catherine Deneuve), la famiglia di Teresina (Jodie Foster), due body builder e un assicuratore (Ugo Tognazzi) tormentato da due donne per loschi fini (tra cui Mariangela Melato).

Il carattere eterogeneo del cast oggi farebbe impallidire, a momenti sarebbe quasi inconcepibile. Ma in realtà è tutto il film ad essere un prezioso e mai troppo celebrato reperto di un periodo del costume e della cinematografia italiana ed europea in cui anche il sottoproletariato più marginale riusciva ad assorbire gli stimoli della cultura “alta”. Intellettualismo e nazionalpopolare sembravano andare a braccetto, quando ancora la televisione era in bianco e nero (l’avvento del colore in Italia ci fu solo nel ’79) e il mondo commerciale, con i suoi frastuoni, ancora non aveva una così eclatante presa sull’immaginario piccolo borghese. Tanto che a venir fuori fu una generazione di attori (qui tutti rappresentati) e registi in grado di offrire al pubblico chiavi di lettura sulla realtà legando stimoli arcaici ed archetipi narrativi ad una visione del presente e di un possibile futuro.

A spuntarla nel film è l’invalido Proietti, che conquista la bionda ragazzina con il beneplacito di tutti… tranne che dello sbadato Placido che se ne tornerà con le pive nel sacco, rifiutando qualsiasi passaggio in macchina, da solo negli Abruzzi. Invece i due amanti lasciano il casotto insieme verso un futuro di chissà che tipo… nella realtà ieri, nel giorno del suo ottantesimo compleanno, l’attore simbolo della romanità de ‘na vorta ci ha lasciato soli, con i filmati di salotti televisivi, performance teatrali e film come “Casotto” a farci compagnia per il resto dei giorni. Chissà anche Jodie come l’avrà presa.

 

Valerio Principessa

 


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