

Il grido della società civile per la Palestina
Ci sono temi che viaggiano su piani più alti rispetto a quelli, pur rilevanti, della politica e del sindacato. Temi che sfuggono alle logiche di partito, ai calcoli di consenso, alle strettoie della dialettica parlamentare. Temi che, pur non trovando sempre spazio nelle aule del potere, si radicano nel cuore della società civile. La questione palestinese è, oggi più che mai, uno di questi.
Da mesi ormai, il dibattito pubblico italiano è invaso da hashtag come #PalestinaLibera o #PalestineWillBeFree, simboli di una mobilitazione trasversale che coinvolge soprattutto le nuove generazioni e che ha saputo ridestare coscienze apparentemente sopite.
Una mobilitazione che ha finito per forzare la mano anche al nostro governo, considerato da molti il più stabile dal dopoguerra a oggi, costringendolo – almeno formalmente – a rivedere la propria postura diplomatica. Perché in un mondo in cui l’opinione pubblica viene sempre più spesso relegata a un ruolo marginale, capita ancora che i sentimenti dei cittadini riescano a scalfire i piani alti della geopolitica.
Quando ho preso parte al corteo pro-Palestina convocato da USB, confesso di non essere stato nelle condizioni di aspettarmi una partecipazione tanto massiccia, né un’eco tanto forte. USB – l’Unione Sindacale di Base – è una realtà che tutti conosciamo: radicata in alcune lotte sociali, ma numericamente e politicamente marginale rispetto ai colossi della rappresentanza tradizionale come CGIL, CISL o UIL. Un sindacato considerato “di nicchia”, spesso ignorato dai media generalisti, eppure capace, in questa occasione, di catalizzare un movimento di dimensioni impressionanti.
Quel lunedì nuvoloso è diventato, a sorpresa, il teatro di una delle più partecipate manifestazioni civili degli ultimi anni. A Roma, i manifestanti hanno occupato la tangenziale Est in direzione della stazione Tiburtina, bloccando per ore uno dei principali snodi della capitale.
A Bologna, la protesta si è riversata sull’autostrada A14, interrompendo il traffico in un gesto forte ma simbolicamente potentissimo. In Toscana, sono stati interrotti i collegamenti nei porti e negli aeroporti, paralizzando temporaneamente la logistica regionale. E non è finita lì: Napoli, Milano, Palermo, Torino, Cagliari, Padova, Bari — decine di città, da nord a sud, hanno visto sfilare cortei composti da studenti, lavoratori, attivisti e famiglie.
Quello che all’apparenza poteva sembrare un caos disorganizzato, tra fumogeni, striscioni e bandiere, ha assunto presto i contorni di una mobilitazione profondamente consapevole. Nessuna grande sigla sindacale, nessun partito di peso ha ufficialmente aderito.
Eppure centinaia di migliaia di persone hanno scioperato, rinunciato al lavoro, al guadagno, alla routine, per testimoniare la loro solidarietà a un popolo martoriato da decenni. Non è stata solo un’azione di protesta, ma un atto di presa di coscienza collettiva. Una voce corale, difficile da ignorare.
In un tempo in cui le piazze sembrano essersi svuotate e il disincanto verso la politica cresce a vista d’occhio, questo moto spontaneo rappresenta qualcosa di diverso. Un segnale che la nostra classe dirigente farebbe bene a cogliere.
Perché se è vero che i governi passano e gli equilibri internazionali mutano, è altrettanto vero che una società civile viva e partecipe può ancora incidere profondamente sul corso degli eventi.
E forse è proprio questa la lezione più importante di questi giorni: quando la politica tace o tentenna, la piazza parla. E lo fa con voce forte.
Le foto presenti su abitarearoma.it sono state in parte prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che le rimuoverà.