

Lanciare un grido di allarme significa segnalare un problema a chi ha il compito di risolverlo
Gli abitanti del Quartiere Prampolini hanno lanciato un grido e quel grido significa una chiara richiesta di porre l’attenzione sulle necessità che da molto tempo vengono rivolte all’Amministrazione; un richiesta che si esplica in più parti e che significa, nel suo insieme, la perentoria istanza di un’attenzione delle persone che, pur alloggiando in un’area che potrebbe essere uno dei fiori all’occhiello non solo della periferia romana ma di tutta la città, si sentono abbandonate e liquidate ai margini della marginale periferia. Persone, abitanti, cittadini e turisti (non si dimentichi che ci sono ben due strutture ricettive alberghiere nel quartiere) sentono e vedono cassonetti pieni se non addirittura rotti, erba alta, se non addirittura arbusti, crescere sui marciapiedi, incuria generale.
Possibili fruitori, possibili turisti e sicuramente cittadini che non sentono, non vedono, non percepiscono cunicoli, pozzi, sepolcreti, casali, anfore, frammenti di un tempo passato; addirittura non ne conoscono l’ubicazione (manca qualsiasi indicazione), non ne vedono la valorizzazione, non ne fruiscono.
Invece vedono cassonetti dell’immondizia pieni, a volte (purtroppo stroppo spesso) rotti e non sostituiti, strade e marciapiedi invasi dalla vegetazione selvatica, sono al contrario conosciuti e, purtroppo troppo spesso, riconosciuti dagli abitanti e dai turisti che frequentano le due strutture ricettive presenti nell’area.
Scrivere di un territorio come quello di Roma, come quello della cosiddetta periferia romana, significa confrontarsi (e in alcuni casi) scontrarsi con problematiche articolate, complesse, spesso lunghe ed annose. Significa però, prima di tutto, conoscere il luogo del quale si sta parlando e significa, ancor di più, conoscerne la storia futura, lo sviluppo futuro.
Ma di quale storia futura si può parlare oggi a proposito del Quartiere Prampolini?

Le numerose testimonianze storiche ed archeologiche, la tutela dei beni comuni, la valorizzazione del patrimonio culturale che fine hanno fatto?
La normale ed ordinaria gestione data “in adozione ad un’associazione” può essere considerata, di per sé l’unica risposta per un giusto processo di valorizzazione del territorio?
Scaricare la responsabilità sulle precedenti amministrazioni o sulle altre amministrazioni o, peggio ancora, sui cittadini stessi è un esercizio che si sente sempre più di frequente e, ormai, è diventato un ritornello troppo spesso usato. Etichettare come falso quanto detto in merito al quartiere Prampolini, equivale ad etichettare come falso che la terra è tonda. I cittadini sono lì, vivono il quartiere, vivono la città, tutti sanno, tutti vedono il degrado di una città in decadenza. Che motivo avrebbero i cittadini di lagnarsi di un quartiere dove tutto è in ordine, pulito, valorizzato, reso fruibile? La partecipazione dal basso, il coinvolgimento di associazioni nei processi di controllo e cura del territorio è un di più, un aiuto, non può essere usato per lavarsi le mani da quelli che sono compiti e le prerogative dell’amministrazione. Ci si vanta invece di aver intrapreso politiche sulla raccolta dei rifiuti che, forse, verranno attivati a partire dal 2020, o si definiscono “importanti interventi” quelli che dovrebbe essere di ordinaria amministrazione.
Ma non si vuole indugiare ulteriormente su ciò che è palese, su ciò che è evidente a tutti, si vuole qui invece porre l’attenzione su ciò che invece non viene mai detto.
Scrivendo di un territorio, come quello della periferia romana, non citare le azioni che dovrebbero essere state avviate per la tutela, la conservazione e la fruizione dei beni culturali presenti su di esso significa aver dimenticato il grande valore culturale dell’area e non prepararsi ad un intervento organico, significa non aver strutturato un piano di conoscenza e di valorizzazione dell’area.
Perché la progettualità, l‘intenzionalità politica sul futuro dell’Urbe non viene quasi mai compresa nei ragionamenti dell’amministrazione? Esercitare un ruolo politico significa operare scelte che influenzeranno la città, la “polis” come avrebbero detto gli antichi, ma influenzeranno anche i “politici” ovvero gli abitanti della polis.

Possibile che in un territorio così importante come quello della periferia romana non si riesca a parlare di valorizzazione, di fruibilità, di sostegno alle politiche culturali per poter intraprendere percorsi di miglioramento politico (che riguardano cioè tutta la polis)?
Un piccolo esercizio di stile: si provi ad immaginare un’area di una grande periferia di una metropoli occidentale che non solo al suo interno custodisce frammenti di un passato glorioso della città ma che, grazie ad azioni oculate e coordinate tra Amministrazione e cittadini, abbia reso possibile la tutela, la valorizzazione e la fruizione di quei beni.
Si provi ad immaginare la possibilità di camminare lungo le strade e poter ammirare, e perché no, entrare in contatto, con quei frammenti del tempo che fu, potendo al contempo godere di strade pulite, senza depositi immondizia per terra, né accumuli di foglie.
Si immagini che quei turisti che oggi si recano negli alberghi del quartiere Prampolini solo per andare a dormire in attesa di recarsi al centro, possano decidere di andare a visitare quel sito archeologico che si trova proprio a pochi metri dall’albergo che li ospita e, sempre in maniera ipotetica, decidano di investire tempo e denaro nella visita e nella conservazione del monumento.
Forse allora, in questo semplice esercizio di stile al termine “grido” si potrebbe sostituire “esclamazione di meraviglia”.
Riprendendo un autore, maestro, filosofo e politico dell’antichità, un uomo che sulla progettualità politica ha lavorato per gran parte della propria vita, insegnando, consigliando ed ammonendo i reggitori dello stato e del potere vale la pena riflettere sulla valenza del progetto (e non del programma) e sulla consapevolezza della conoscenza del passato per raggiungere obiettivi futuri.
“La speranza del nostro futuro, sarà la certezza del nostro passato” (Aristotele)
Olga Di Cagno
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