“Quasi amici”: quando la non vita, grazie all’amicizia, genera la comicità e la voglia di vivere

Il film francese, campione d’incassi nel 2012, è candidato all’Oscar
di Francesco Sirleto - 27 Ottobre 2012

“Una vita che elimina la libertà non è vita” (Ramon Sampedro in “Mare dentro” di A. Amenabar, Leone d’Argento a Venezia nel 2004).
“… se non che, questi, il servo, nel servigio del signore, va formando la sua singola e propria volontà; sopprime l’immediatezza interna dell’appetito; e, in questo alienamento di sé e nel timore del signore, dà principio alla sapienza. Il che costituisce il passaggio all’autocoscienza universale” (G. W. F. Hegel, “Dialettica servo-padrone”, da “Enciclopedia delle scienze filosofiche”).
“…Hegel … perviene qui, attraverso la dialettica del lavoro, alla conoscenza che la via maestra dell’evoluzione dell’umanità, il diventare uomo dell’uomo, la socializzazione dello stato di natura, passa solo attraverso il lavoro, attraverso quel rapporto alle cose in cui si esprime la loro indipendenza e legalità propria, in cui le cose costringono l’uomo, sotto pena di morte, a conoscerle, e cioè ad elaborare gli organi della sua conoscenza; solo attraverso il lavoro l’uomo diventa uomo” (G. Lukàcs, da “Il giovane Hegel e i problemi della società capitalistica”).

Quasi amici”, un film dei francesi Eric Toledano e Olivier Nakache, dopo essere stato visto da circa 23 milioni di spettatori in quasi tutti i principali paesi del mondo, piazzandosi ai primi posti nella hit-parade dei maggiori incassi dell’anno in corso, è stato da pochi giorni scelto ufficialmente come candidato per la Francia all’Oscar 2012 per il miglior film straniero. In effetti il film è abbastanza ben fatto (bravi i registi, ottime le musiche del nostro Ludovico Einaudi), ben interpretato dai due protagonisti e, soprattutto, ispirato da un documentario del 2003 relativo ad una vicenda reale e attuale che ha commosso l’opinione pubblica francese. E’ la storia dell’aristocratico Philippe Pozzo di Borgo (Philippe nel film, interpretato da un ottimo François Cluzet), diventato tetraplegico a causa di un incidente di parapendio, e del suo badante Abdel Sellou (che nel film è il senegalese Driss – ancora meglio interpretato da Omar Sy – pregiudicato della banlieu, reduce da una condanna a sei mesi per rapina e assunto al proprio totale servizio dal ricco Philippe), i quali, grazie soprattutto all’esplosiva e un po’ ruspante vitalità del badante di colore, riescono a costruire una solida amicizia tra diversi e a ritrovare, una straripante voglia di vivere nonostante le insormontabili difficoltà, rappresentate per Philippe dalla totale paralisi degli arti, e per Driss dall’essere un emarginato se non un reietto di una società fondamentalmente classista e razzista. E’ un film che tratta il tema dell’handicap fisico estremo senza celarne, magari per pudore, alcuni ripugnanti aspetti e senza cadere nel patetismo ma, anzi, usando il mezzo della dissacrante comicità, di cui si fa portatore consapevole Driss, lo spoglia di tutti i pregiudizi – anche politicamente corretti – che hanno indotto e inducono la maggioranza delle persone “normali” ad abolire financo il termine “handicappato”, sostituendolo con l’espressione “diversamente abile” (più l’ipocrisia è grande, più la coscienza si sente in pace con se stessa: l’handicappato richiede uno sforzo di solidarietà, il diversamente abile può benissimo farne a meno). Philippe, affetto da paralisi totale, è sul piano fisico totalmente inabile, solo lo “spirito” (il pensiero, la comunicazione verbale e scritta, le sue intellettualistiche relazioni con le arti visive e con la musica) lo preserva da uno status altrimenti vegetativo. Gli manca la vita, quella fatta di sangue, carne, impulsi, sentimenti e relazioni autentici, e di conseguenza la libertà; non gli manca però il denaro, preziosissimo strumento in grado di fargli acquisire i ben pagati servigi di servitori che gli consentono un illusorio dominio sulle proprie funzioni corporali (nutritive, evacuative, locomotorie). Servitori che, però, non sopportando a lungo il senso di ripugnanza implicito in determinati servigi, dopo pochi giorni si licenziano. Driss, che unisce in sé più emarginazioni (è nero, immigrato, avanzo di galera, povero), è l’unico che, riportando, con la “naturalità” e la materialità dei suoi atteggiamenti, il ricco padrone alla consapevolezza della propria duplice marginalità (handicap fisico e totale dipendenza, per vivere, dal proprio dipendente), riesce ad instaurare un rapporto con Philippe di confidenza, complicità, amicizia. Philippe e Driss interpretano, così, la variante moderna (e comica) della dialettica servo-padrone descritta da Hegel nella sua Fenomenologia dello Spirito: il servo, alle dipendenze del padrone, rovescia il rapporto; è il padrone che, per vivere, non può fare a meno del servo; è lui, quindi, il vero dipendente, non il servo che, al contrario, potrebbe benissimo, per la propria esistenza, fare a meno del padrone. Driss, con il suo lavoro, mantiene in vita se stesso e anche Philippe. Ma la cosa è ancora più complicata di come teoricamente viene descritta da Hegel: il rapporto di amicizia (simbiotica?) tra Philippe e Driss è il risultato di una progressiva identificazione che porta Philippe a vivere (almeno fantasmaticamente) le stesse esperienze – che non hanno alcunché di delicatamente spirituale – del proprio badante.

“Quasi amici”, con forme e modalità diverse, e con risultati sicuramente non del medesimo eccellente livello, affronta lo stesso tema trattato dal bellissimo e tristissimo “Mare dentro”, dello spagnolo Alejandro Amenabar (Leone d’argento alla Mostra di Venezia nel 2004). Anche il protagonista di “Mare dentro” è un tetraplegico, Ramon Sampedro, niente affatto ricco, in possesso solo della sua lucida e sofferta – ma non per questo meno determinata volontà – di porre termine ad una vita alla quale, venuta meno la libertà, le viene a mancare quell’elemento che fa sì che una vita sia veramente vita e non il suo contrario. Philippe si distingue da Ramon per un solo particolare: egli, pur non disponendo di una propria libertà, può momentaneamente usufruire, sia pure illusoriamente, di una libertà in prestito (prestito o dono? Nel primo caso il servo rimane servo, pur avendo rovesciato dialetticamente il rapporto di dipendenza; nel secondo Driss è il solo unico vero amico di Philippe, il suo alter ego). Un film, in ogni caso, sicuramente da non perdere.  

Quasi amici”, commedia francese 2011, regia di Eric Toledano e Olivier Nakache, interpretato da François Cluzet e Omar Sy; Fotografia di Mathieu Vadepied; Montaggio di Dorian Rigal-Ansous; Musiche di Ludovico Einaudi. Durata: 112 Min. 


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