Il mondo si potrà salvare solo grazie all’idrogeno, elemento fondamentale dell’universo e diffuso ovunque. Sarà il pilastro della Terza Rvoluzione Industriale, dopo quella del carbone e del petrolio, quella che dovrà coinvolgere il mondo entro la fine del secolo, pena la distruzione del creato. Con lucidità, il noto economista e filosofo Jeremy Rifkin, concludendo il 17 settembre la Festa del Sole a Palazzo Rospigliosi (in un incontro moderato da Antonio Di Bella, direttore del Tg3), procede nel descrivere cosa potrebbe succedere se l’uomo non invertirà la rotta.
“L’aumento della temperatura globale porterà alla distruzione di un terzo delle specie di questo pianeta. Estinzioni di massa come questa sono avvenute finora solo 5 volte. Ci vorranno 10 milioni di anni per recuperare il livello di biodiversità distrutto. Di questo passo la temperatura può arrivare entro la fine del secolo a quella registrata nel Pleistocene”.
E, come dicevamo, l’unica soluzione sarà l’idrogeno. Perché, prima di tutto, è un’energia pulita. Ma anche perché non è un’energia d’elite, come invece carbone, petrolio e uranio, bensì distribuita ovunque. Garantisce dunque più affidamento anche delle energie solare, eolica e idrotermica, che potranno sicuramente contribuire in modo importante alla svolta energetica, ma che restano dipendenti da fattori ambientali variabili (sole, mare, falde acquifere). L’esempio è presto servito dallo scienziato: “I nostri astronauti girano da trent’anni intorno alla Terra con celle di combustibile a idrogeno. Tra 25 anni tutto sarà alimentato da piccole cartucce di idrogeno, che peraltro consentiranno una durata 5 volte maggiore rispetto alle attuali alimentazioni”.
Il sapere di Rifkin si applica trasversalmente all’economia, alla filosofia e alla scienze naturali. La sua preparazione e il suo carisma colpiscono gli astanti, irretiti dagli scenari dipinti. Quasi fosse davanti a una platea di studenti, il professore con serietà analizza gli agenti che condizioneranno il mercato futuro: il cambiamento climatico, una maggiore instabilità politica nel Golfo Persico e il prezzo del petrolio.
“Il primo fattore – asserisce Rifkin – è causa dello spesso strato di gas che impedisce al calore del sole, una volta entrato, di uscire dalla nostra atmosfera. Nel Primo e nel Secondo rapporto Onu sui cambiamenti climatici non prevedemmo una situazione così grave, quale quella che si presenta davanti ai nostri occhi. La scomparsa dell’Himalaya sta già avvenendo, così come la disgregazione dell’Artico e il verificarsi di frequenti cataclismi nel Centro America. Ne avevamo invece pronosticato l’avverarsi entro la fine del secolo XXII”.
L’economista passa poi agli altri fattori che condizioneranno il nostro futuro. Ricordando che oggi siamo entrati nella “fase di picco” del petrolio. Ovvero, la fase che precede l’esaurimento del combustibile fossile. Il prezzo al barile – chiosa – aumenterà sempre più e causerà una forte instabilità nella penisola Arabica, situazione che diventerà assai grave con l’esaurimento definitivo del petrolio.
Si può invertire la rotta. E Rifkin investe l’Europa del ruolo di traino per questa rivoluzione. “Entro 7 anni dobbiamo avere una road map. “Siete gli unici in tutto il mondo ad aver maturato una coscienza globale sul cambiamento climatico, siete il laboratorio energetico che può salvare noi tutti. Occorre però tenere presenti i tre pilastri intorno ai quali lavorare: le energie rinnovabili, la tecnologia per garantire l’accumulo dell’idrogeno e reti intelligenti, gestite da autorità pubbliche di controllo, che consentano a tutti i cittadini di condividere energia, così come oggi si condividono informazioni su Internet. L’energia deve tornare al popolo”.
Infine lo scienziato ha espresso un secco “no” al nucleare. “Se questa fosse l’energia sulla quale fondare il futuro, come elimineremmo gli ingenti residui? Come argineneremmo il pericolo terrorismo? Come ci procureremmo l’acqua sufficiente per il raffreddamento delle centrali? Basti a ciò un solo dato: in Francia per raffreddare l’intero sistema si consuma il 55% di acqua fresca dell’intero Paese. Immaginate come si potrebbe ovviare a ciò in un futuro in cui l’acqua non sarà più un bene abbondante come oggi.”
Il monito finale, purtroppo, è destinato all’Italia. Tra dieci anni rischiamo di entrare nei Paesi “sunset energy”, come li definisce il Professore, nei Paesi dell’energia del tramonto. La svolta energetica da noi ancora non c’è stata. C’è stata invece in Spagna, in Germania, in Scandinavia.
“I Verdi da tempo combattono una battaglia in questo senso – ricorda prendendo la parola il Ministro Kyoto Alfonso Pecoraro Scanio – e oltre alla vittoria del ‘conto energia’ inserito nella Finanziaria 2007, stiamo costruendo un polo a idrogeno a Civitavecchia, siamo riusciti a ottenere la destinazione del 40% delle risorse disponibili nel DPEF al Protocollo di Kyoto e vogliamo ancora più impegno nella Finanziaria del 2008”.
Ovvero non c’è più tempo da perdere.
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