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Ritratto di un’aspirante precaria coppia in un interno borghese

"Follemente", l'ultimo film di Paolo Genovese

“Follemente”, quinto film nella programmazione 2025/26 del Cinecircolo romano, è l’ultimo film di Paolo Genovese, dell’anno in corso, e l’ho visto ieri sera nella sala del cinema Caravaggio.

È la prima pellicola che può definirsi “commedia” della stagione attuale del Cinecircolo (dopo Giurato n. 2, Conclave, Le assaggiatrici e Perfetto sconosciuto, dedicato agli esordi di Bobby Dylan), ed è anche la prima firmata da un italiano.

Debbo riconoscere che il prodotto, pur senza raggiungere livelli elevatissimi, è tuttavia godibile: una storia di un’aspirante coppia di due navigati (per ciò che riguarda le molteplici esperienze di coppia) personaggi che si possono collocare, socialmente, tra la piccola e media borghesia: commerciante d’antiquariato lei, Lara (Pilar Fogliati), docente liceale lui, Piero (Leonardo Leo), entrambi di età che può variare tra i 35 e i 45 anni.

A fare da contorno ai due, appaiono un quartetto femminile e un quartetto maschile, ciascuno in rappresentanza di quattro aspetti diversi della loro distinta personalità psichica (non solo l’Io, visibilmente in minoranza, ma soprattutto l’Es, che in ciascuno dei due appare predominante e naturalmente condizionante scelte di vita e relazioni con il mondo esterno).

A interpretare i componenti, femminili e maschili, dei due quartetti, otto bravissimi attori e attrici che s’impegnano (riuscendoci benissimo) a rendere scoppiettante e a volte brillante per comicità, l’incontro (che terminerà con un prevedibile rapporto sessuale) tra Lara e Piero.

La vicenda, che sembra ricalcare l’aristotelico schema delle “tre unità” (di tempo, di luogo, d’azione), si svolge in un appartamento, ingombro di oggetti di ogni tipo e categoria, che potrebbe essere situato benissimo in uno di quei quartieri romani ex popolari e ormai abbondantemente “iper-gentrificati” (Trastevere, Testaccio, San Lorenzo, ma anche, volendo, il Pigneto); uno di quei quartieri che tanto piacciono ad una categoria di persone definibile come “radical-chic” (in realtà poco “radical”, per stanchezza e disincanto, ma ancora tenacemente “chic”).

È un film, quest’ultimo di Genovese, che, sebbene riesca a strappare la risata in molteplici passaggi, suscita in conclusione una certa malinconia e induce ad amare riflessioni, tanto sull’involuzione intimistica e privatistica di una certa “classe” intellettuale un tempo impegnata in politica, quanto, in generale, sull’attuale “carattere” (sul piano dei contenuti) del cinema italiano. Un cinema che sembra voler chiudere i conti con la realtà esterna (i cosiddetti problemi sociali: il lavoro, la povertà, la scuola, l’immigrazione, la salute ecc.) e volgersi all’ostinata osservazione e narrazione delle schermaglie sentimentali e di coppia.

Non a caso nel film di Genovese il “fuori”, quando appare, è visto dall’alto di una finestra o di un terrazzino. Non a caso l’ambiente “esterno” (ai corpi) più importante ed essenziale risulta essere la camera da letto. Non a caso (e la presenza e i dialoghi tra i due quartetti, femminile e maschile, ce lo testimoniano doviziosamente) il vero palcoscenico della “commedia”, che si svolge davanti agli occhi degli spettatori, è costituito dalla “psiche” dei due protagonisti, una sorta di campo di battaglia sul quale si dipana una relazione segnata dal caso, dell’incertezza, dalle cose dette e contraddette, e dalla inevitabile precarietà.

Bravi tutti gli interpreti (in particolare, oltre a Leo e alla Fogliati, Giallini e Papaleo da una parte, e Claudia Pandolfi e Emanuela Fanelli dall’altra), pregevoli i “chiaroscuri” (più oscuri che chiari) della fotografia; una menzione particolare per le sceneggiatrici Isabella Aguilar, Lucia Calamaro e Flaminia Gressi, che hanno voluto, bontà loro, citare più volte il nome di Carla Lonzi, una ormai dimenticata filosofa ultra-femminista anni Settanta, che scrisse un curioso libro nel quale invitava le donne a “sputare” su Hegel, assunto a simbolo della millenaria società maschilista e patriarcale.

Un film tutto sommato “agorafobico” e malinconico, ma con provvidenziali momenti di sano divertimento, seguiti però da perplesse e sconfortanti riflessioni e nostalgie.

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