

Dalla politica urbanistica dell’offerta dominata dal mercato speculativo a quella della pianificazione razionale guidata dalla mano pubblica. Un grande polo direzionale nelle grandi centralità pubbliche di Pietralata, Ponte Mammolo, Tor Vergata per la riqualificazione del centro storico e delle periferie. Una leva di lunga durata per l’occupazione e per la riconversione dell’industria edilizia
Abbiamo visto fin qui che il problema strutturale di fondo della nostra città a cui dare soluzione è quello del policentrismo. Abbiamo visto anche le soluzioni immaginate nel passato, “Asse attrezzato” e SDO, poi venute meno. Gli estensori del PRG veltroniano non hanno avuto il coraggio di immaginare un’altra soluzione forte a questo problema ma, non potendo ignorarlo, hanno cercato di aggirarlo e anche di usarlo per altri fini. Con la scusa della trasformazione policentrica hanno identificato 18 cosiddette centralità sparse nel tessuto urbano dicendo che lì ci sarebbe stato lo sviluppo policentrico.
A governare questo sviluppo sarebbe stata la cosiddetta e benefica “mano invisibile” del mercato che avrebbe lì allocato spontaneamente, perché attratta dagli indici edificatori, investimenti adeguati per funzioni direzionali forti, servizi e infrastrutturazione della mobilità su ferro. Insomma la cosiddetta politica dell’offerta nell’era del neoliberismo globalizzatore.
Due errori gravissimi. Il primo, proprio concettuale. Non si dà una trasformazione policentrica mettendo in gioco 18 poli ma, semmai, se ne crea uno in grado, per la sua dislocazione e per la sua grandezza, di effettivamente decollare. Se si deve creare un polo dove concentrare lo spostamento di funzioni direzionali dal centro storico si comincia dall’individuare quali delle suddette funzioni si vuole trasferire. E’ la mano pubblica, cioè un’intesa strategica fra Stato, Regione e Comune, che programma, pianifica, dirige ciò che si deve e dove si deve riallocare. Ovvero crea con la propria iniziativa e il proprio investimento il volano per indurre anche il privato a seguire con le sue attività direzionali, commerciali e di servizio sulla base di una convenienza economica.
E’ una razionalità urbanistica ed economica che deve sovraintendere al progetto e al processo trasformatore non il feticismo del mercato che di per sé, sotto specie di Spirito santo, dovrebbe fecondare le centralità policentriche.
E infatti le cosiddette 18 centralità, in particolare quelle su aree private e a pianificazione da definire, non solo non decollano ma stanno diventando i contenitori di semplici ed agghiaccianti Piani di zona. Grandi catini dove la speculazione, che ha fatto finta di credere al progetto policentrico aspettandone l’immancabile fallimento, ora si fa avanti e, shakespearianamente, chiede le sue libre di carne sotto specie di estensione e aumento degli indici di cubatura di edilizia residenziale. Che l’amministrazione Alemanno, ovviamente, sarebbe ben lieta di concedere come cerca di fare a Romanina.
Posto il fatto che a trasferirsi dal centro storico dovrebbe essere la direzionalità pubblica più pesante, cioè i Ministeri con i loro uffici centrali e le dependances sparse nei quartieri dentro le Mura Aureliane, in quale quadrante della città dovrebbero andare?
Il quadrante orientale ad oggi sembra ancora quello più adatto e da preferirsi. Le aree su cui questo trasferimento dovrebbe svolgersi sono quelle delle tre grandi centralità pubbliche di Pietralata, Ponte Mammolo e Tor Vergata; in quest’ultima ci sono già funzioni definite come l’Università, il Campus, il Policlinico, L’Agenzia spaziale, il CNR, il centro dati della Banca d’Italia a margine. In tutto circa 800 ettari e più incardinati in una maglia di infrastrutturazione di mobilità su ferro del tutto ragguardevole: Ferrovie Fr1, Fr2, Fr6 più l’Alta velocità. Una grande stazione: Tiburtina; un grande nodo di scambio: Ponte Mammolo; due linee di metropolitana: C e B; una ferrovia concessa: Termini-Giardinetti. Una maglia estensibile, attraverso opportuni raccordi come il tram su viale Togliatti o il corridoio di mobilità T5 Anagnina-Ciampino-Tor Vergata-La Rustica, alla linea A della metropolitana e alle Fr4-7-8.
In questo modo si salderebbe il debito di riqualificazione della periferia orientale creatosi via via nel corso dei decenni; iniziato con le prime borgate create dal fascismo, proseguito con i grandi quartieri intensivi della speculazione fondiaria e con il diffuso abusivismo del secondo dopoguerra.
Il trasferimento della direzionalità ministeriale inoltre consentirebbe di ridurre i volumi edilizi perché sarebbe realizzato all’insegna delle nuove tecnologie che richiedono meno di un decimo di spazio di quello attualmente occupato nel centro storico di Roma dai grandi edifici ottocenteschi. L’informatizzazione della Pubblica amministrazione, da tutti riconosciuta come presupposto fondamentale della sua riforma e sburocratizzazione, sarebbe radicalmente aiutata da questa innovazione urbanistica.
Al tempo stesso gli ampi spazi liberati nel centro storico potrebbero essere riutilizzati per creare nuovi spazi e pause urbane, per potenziare le strutture culturali, per riportare la gente ad abitarlo insieme alle attività artigianali di cui una volta erano ricche le sue stradine, i suoi vicoli le sue piazze suggestive.
Per esempio nel grande palazzo del Ministero delle Finanze di via XX settembre si potrebbe dare vita ad una sorta di Louvre dove radunare un grande museo di tante opere d’arte che giacciono in scantinati ammuffiti per mancanza di spazi espositivi. Da lì potrebbe partire un percorso di grande attrazione culturale verso piazza Esedra con il suo Palazzo Massimo e le Terme di Diocleziano sede del Museo nazionale romano, per poi proseguire in direzione di via Nazionale con l’adiacente Teatro dell’Opera e a seguire il Palazzo delle Esposizioni per concludersi in piazza Venezia ai Fori imperiali e al Foro repubblicano.
C’è poi un’ultima, ma non meno importante, considerazione da fare e riguarda il lavoro e la ripresa economica. Tema quanto mai urgente. Avviare questa trasformazione produrrebbe tanto lavoro e per tanti anni. Aiuterebbe keynesianamente l’industria edilizia ad uscire da una crisi nera e priva di prospettive. La spingerebbe a riconvertirsi, emancipandosi dalla speculazione fondiaria che vuole continuare ancora a costruire case che rimangono invendute. Invendute perché non solo la gente non ha più il reddito per acquistarle o affittarle ma perché sono sovrabbondanti rispetto alla domanda effettiva. E non sarebbe il lavoro nero e sottopagato dei subappalti che popola con i suoi caporali e con le sue infiltrazioni mafiose i cantieri della speculazione edilizia, ma sarebbe un lavoro dignitoso dentro la legalità e la legge perché dentro un grande processo di trasformazione urbana guidato dalla mano pubblica. Un vero new deal per Roma capitale.
(3-fine) I precedenti articoli: https://abitarearoma.it/roma-capitale-espansione-o-trasformazione-il-dilemma-irrisolto/ https://abitarearoma.it/roma-capitale-progetto-fori-e-sdo-capisaldi-della-trasformazione/
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