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Roma capitale. Espansione o trasformazione: il dilemma irrisolto

Con la venuta dei Piemontesi nasce il problema della direzionalità nel centro storico. I progetti per risolverlo rimasti lettera morta. Dall’”Asse attezzato” al “Sistema direzionale orientale”. Centro e periferia unite da un unico destino: il degrado

Quando il 20 settembre del 1870 i bersaglieri italiani irruppero per la “breccia” di Porta Pia non solo misero fine al potere temporale del Papa a Roma ma dettero inizio, inconsapevolmente, anche a un problema urbanistico che attanaglia la città da 140 anni a questa parte.

I Piemontesi che venivano nella città eterna per farne la Capitale del regno d’Italia dovevano sistemare gli uffici del nuovo Stato. Allora la zona abitata dell’urbe, poco più di 200.000 abitanti, era sostanzialmente ristretta nell’area del Campo Marzio. La zona direzionale degli uffici papalini era in via del Corso.

Nel resto c’erano, a profusione, rovine antiche, vigne, ville nobiliari, chiese, conventi ed edifici religiosi di varia entità e natura. Il treno papalino era già attestato, per volontà di monsignor De Merode, alla Stazione Termini. L’urgenza di un’occupazione avvenuta con un atto di guerra fece sì che i Piemontesi dislocassero i loro uffici statali un po’ alla rinfusa, occupando per lo più conventi, convitti e palazzi religiosi sparsi nella città papalina.

In seguito l’intervento direzionale organico, i grandi Ministeri, fu situato lungo l’asse di via XX settembre in connessione con il Quirinale eletta a residenza del re d’Italia.

Negli anni a venire, mentre la città si riurbanizzava raggiungendo rapidamente le Mura Aureliane e, travalicandole, iniziava la disordinata espansione verso l’agro romano, la crescita delle attività direzionali pubbliche (Stato, Comune, Provincia e da ultima la Regione) e private occupò vieppiù il centro storico dell’urbe. Anche la creazione dell’Eur sotto la direzione della mano pubblica, ancorchè fascista, che lungo l’asse della Colombo espropriò per 500 m lineari a destra e a sinistra i terreni, non servì a spostare queste funzioni quanto ad accoglierne di nuove o ad accogliere le dependances di quelle che intanto continuavano ad espandersi e a soffocare il centro cittadino.

Solo con il PRG del 1965 redatto negli anni del boom economico e della crescita demografica esponenziale (in dieci anni dal ’51 al ’61 quasi 600.000 abitanti in più) dovuta ad un’immigrazione proveniente per grandissima parte dalle regioni del sud e dimensionato su una previsione di 5 milioni di abitanti mai avvenuta, si delineò l’ipotesi di trasferire la direzionalità statale fuori dal centro storico nel cosiddetto “Asse attrezzato”. In sostanza una grande arteria stradale da Pietralata a Centocelle lungo la quale riarticolare le funzioni direzionali, i Ministeri dello Stato innanzitutto, a cui allacciare anche la penetrazione, attraverso il pratone di Torrespaccata, dell’A1.

Un progetto gigantesco di ben 40 milioni di mc distribuiti su 776 ettari. Era l’idea di una trasformazione policentrica della città. Ma la disordinata espansione urbanistica era già arrivata a viale Togliatti, che allora era suddiviso in diversi nomi, per cui si passò allo SDO, acronimo di Sistema direzionale orientale, fondato non più su un asse stradale ma su 4 poli direzionali (Pietralata, Tiburtino, Casilino, Centocelle-Torrespaccata). Dello SDO venne redatto nel 1988 anche un “progetto Direttore”. Negli anni ’90, con l’apposizione dei vincoli archeologici sull’intera area dell’ex aeroporto di Centocelle in previsione della creazione di un grande Parco urbano e con la creazione del Polo tecnologico Tiburtino, lo SDO si è ristretto praticamente alla sola area di Pietralata. Al Casilino, invece, dismesso il progettato Polo culturale i cittadini di quel quartiere sono oggi in battaglia per impedirne la cementificazione abitativa.

Il paradosso urbanistico per cui mentre da una parte la città si estende con periferie sempre più lunghe, senza funzioni né servizi adeguati e dall’altra il Centro storico si impoverisce di residenti e di attività artigianali mentre continua a ingozzare direzionalità, si è andato in questi anni sempre più consolidando. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: da una parte il degrado di periferie anonime che a macchia di leopardo continuano a consumare suolo e a distruggere l’agro romano e dall’altra il degrado del centro storico diventato, sia per la pressione impiegatizia che di un sempre crescente flusso turistico “mordi e fuggi” di ben 30.000.000 di presenze all’anno, un grande ristorante a cielo aperto.

Gazebo e tavoli che occupano marciapiedi e piazze suggestive per ogni dove coprendo alla vista chiese e monumenti; un rumore diurno e notturno che offende l’udito, il sonno e la tranquillità dei residenti, un traffico dominato dai bus turistici, vere mandrie di bisonti che scorrazzano a piacimento a due passi da Fontana di Trevi, dal Circo Massimo, dai Fori e dal Palatino, da Sant’Ignazio e da Sant’Andrea della Valle, da Largo Argentina e dal Colosseo, da San Giovanni in Laterano e da San Pietro ecc.. Tutti mali contro cui si batte quotidianamente l’agguerrita rete dei comitati e delle associazioni dei residenti del centro storico.

Il male strutturale di Roma è nella sua conformazione, a parte il polo dell’Eur, sostanzialmente radiocentrica. Questa è ancora una città dove la mattina ci si alza e ci si dirige verso il centro storico per andare a lavorare. Qui, in questa direzionalità pubblica e privata sovrabbondante sempre in crescita e sempre più soffocante, è la radice primigenia del degrado dei quartieri storici e dello svilimento dell’immenso patrimonio archeologico, artistico e culturale che è la risorsa più grande dell’Urbe. Come abbiamo visto è un problema risaputo da decenni ma che le nostre classi dirigenti, a parte brevi parentesi (Nathan agli inizi del ‘900, Argan e Petroselli negli anni ’70), imbelli e sottomesse agli interessi speculativi grandi e piccoli, non hanno mai saputo affrontare con la necessaria decisione. Classi dirigenti non solo cittadine ma nazionali, perché Roma non può essere lasciata solo alle cure delle forze locali.

Dopo molti decenni, il 15 dicembre 1990, lo Stato sembrò accorgersi che aveva una Capitale in cui risiedeva con una miriade di uffici e sedi istituzionali che sottoponevano il tessuto cittadino non solo ad onori ma anche ad oneri e notevoli stress. Dopo una discussione durata anni fu varata dal Parlamento con una larga maggioranza una Legge apposita, la 396 su Roma capitale, che delineava con chiarezza gli obiettivi di una organica trasformazione urbanistica.

E’ passato quasi un quarto di secolo ma in quella direzione non si è fatto nulla. Un paese serio, come la Francia per esempio che a Parigi ha creato il quartiere direzionale della Defense, avrebbe generato un grande accordo fra destra e sinistra, fra progressisti e conservatori, attorno al progetto di trasformazione delineato dalla 396 e lo avrebbe perseguito nel corso degli anni necessari, tre lustri o quattro lustri, per attuarlo indipendentemente dal colore dei governi capitolini o regionali. Invece si è preferito assecondare pigramente gli interessi della rendita speculativa allungando la città nell’agro romano, facendo case e centri commerciali.

Ma quali erano gli interventi strategici previsti dalla legge su Roma capitale e che fine hanno fatto? Ne parleremo nel prossimo articolo.

(1-Continua)
 

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