

Gli immigrati sono l'8,4% dei residenti, per lo più rumeni e filippini. All'Esquilino un cinese su 2 ha un negozio
1- La mappa è tratta da Il Messaggero del 19 aprile 2007
Gli stranieri regolari nella provincia di Roma sono 365.274, l’8,4% dei residenti, con un aumento del 5,3 % in un anno. 200.000 sono quelli nella Capitale. I dati sono contenuti nel "Terzo rapporto dell’Osservatorio romano sulle migrazioni" curato dalla Caritas in collaborazione con la Camera di Commercio, il Comune e la Provincia.
In dieci anni, dal ‘95 al 2005, la presenza multietnica è cresciuta del 70% e la percentuale sale se si considera che ci sono altri 30.000 regolari che aspettano di essere iscritti all’anagrafe.
Ma dove vivono?
Molti in centro – nel I municipio gli stranieri sono 26.342, per lo più cinesi (9%), francesi (4%), americani (5%) ed etiopi (2%), – ma in media sono distribuiti abbastanza equamente su tutto il territorio romano. Anche se all’Esquilino su 1.120 attività commerciali censite 650 sono cinesi e solo 1.260, pari al 5%, risiedono nel I municipio (ogni 2 cinesi 1 ha un’attività commerciale). Un centinaio di negozi appartengono ai bengalesi e 15-20 sono di africani.
Quello che cambia da Municipio a Municipio sono le etnie di provenienza: i rumeni preferiscono l’VIII, con 5.619 presenze coprono il 32% dei 16.910 stranieri che vi abitano, mentre i filippini nel II municipio sono 3.179 pari al 22% dei 14.446 totali, nel XIX sono il 18%, 2511 persone.
I bengalesi si aggregano meglio nel VI municipio, dove sono 1.980, il 16% di 12.000; gli egiziani nel XV municipio sono 1.439, il 12% delle 11.877 presenze etniche.
I peruviani, con una media del 5%, sono presenti in più Municipi: nel XX sono 1.003, nel XIX 959, nel II 795. Chi proviene dallo Sri lanka per lo più risiede nel XIII municipio dove già ne stanno 790; dalla Nigeria ne sono arrivati 826 nell’VIII, dall’Equador provengono 536 residenti nel II e dal Marocco 370 nel VI.
Per quanto riguarda l’Europa dell’est, oltre ai rumeni, tantissimi sono i polacchi: 1.330 solo nel XX municipio, 1.013 nel XIX e 812 nel XVIII; meno gli albanesi di cui molti, 912 su un totale di 16.910, nell’VIII.
Fuori Roma gli immigrati si concentrano in paesi come Guidonia (4.525 stranieri), Fiumicino (4.209) , Ladispoli (3.912), Tivoli (3.076) e Pomezia (2.998): vicino al mare o sulle colline poco importa, purché si possa facilmente raggiungere la Capitale.
Che cosa fanno?
Molti hanno un impresa a conduzione familiare: con un aumento del 32% di imprenditori non italiani, nella sola provincia di Roma sono 11.700, ai quali si aggiungono i 4.365 soci.
Il commercio e le costruzioni sono i settori principali, ma dirigono anche servizi professionali e phone center. Un terzo dei rumeni (come pure gli albanese e i moldavi) sono impiegati nelle costruzioni, mentre i filippini (come i peruviani, gli equadoregni e i cingalesi) si adattano meglio a fare i collaboratori domestici; dal Bangladesh e dall’Egitto arrivano in tanti per lavorare nel settore culinario e alberghiero, mentre i più ferrati nel commercio restano i cinesi.
Roma cambia, e lo sta facendo sempre più velocemente. Nuovi quartieri, ma come dicono anche questi numeri, cambia anche il popolo romano. Quello che sembra non cambiare è l’atteggiamento delle autorità istituzionali, a tutti i livelli, cioè era e rimane quasi totalmente assente, le iniziative multiculturali sono abbondantemente insufficienti e tutto ciò stride con quello che già avviene nelle scuole della Capitale, probabilmente unico luogo dove realmente questo miscuglio di razze si fonde ed interagisce, più per forza di cose che per progetti ad ampio respiro. Fino a quando si potrà continuare a fare finta di niente?
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