Romanzo Criminale, il successo di una serie

Tratto dal romanzo di De Cataldo, uno sceneggiato che ha rapito il pubblico. Un confronto senza filtri con il passato prossimo di una nazione
di Gianluigi Polcaro - 2 Novembre 2009

Qualcosa si muove nel panorama televisivo italiano. Qualcosa che rompe con lo schema consolatorio delle fiction e con il voyerismo dei reality. Stiamo parlando del miglior telefilm degli ultimi tempi, “Romanzo criminale”.
Non era facile sedurre il pubblico con una serie che ha fatto seguito al successo dell’omonimo film, diretto da Michele Placido e interpretato da un cast stellare. Si conosceva già la trama, che è quella tratta dal romanzo di Giancarlo De Cataldo sui fatti della banda della Magliana; si conosceva il finale, ma al posto di Kim Rossi Stuart, Pierfrancesco Favino, Riccardo Scamarcio, Claudio Santamaria e Stefano Accorsi ci sono attori semisconosciuti abilmente diretti da Stefano Sollima.
Il cavalcare l’onda lunga del film di Placido può essere la ragione di una critica snobistica che spiegherebbe un successo vacuo. In realtà, dalla messa in onda della serie su Sky, nel novembre 2008, l’attenzione è cresciuta esponenzialmente fino a raggiungere i 400 mila spettatori (numeri importanti per una tivù a pagamento). L’attesa si è fatta spasmodica e Italia 1, nel settembre 2009, ha soddisfatto il popolo “in chiaro” consacrando il telefilm all’opinione pubblica. E Fox Crime (uno dei canali di SKY) ha, invece, proiettato nuovamente la fiction nel marzo 2009.

Il successo è stato tale che è già prevista la seconda serie. Resta allora da spiegare le ragioni di una tale popolarità.

Questa “batteria” di giovani attori, contornata da qualche volto noto, ha bucato lo schermo. Sollima li dirige da bravo allenatore. Lo stesso Michele Placido ha collaborato alla consulenza artistica.
Lo scenario vale quanto il cast. L’ambientazione, i costumi, la musica ripropongono fedelmente quel periodo di fine anni ’70, conferendogli, a volte, un’atmosfera mitica e un po’ favolistica. A tal proposito bisogna scomodare il padre di Pulp Fiction, appassionatissimo di “B movies” polizieschi nostrani. Tarantino apprezzerebbe questo piccolo gioiello della produzione italiana. Ma “Romanzo criminale” non è una scopiazzatura di qualcosa che fu. È semplicemente se stessa. Descrive un periodo senza affettazioni verbali e senza improbabili ambientazioni all’americana. Si descrive Roma, e quindi si parla romano, niente scimmiottamenti di dialoghi a stelle e strisce. E va dato merito agli attori, che hanno saputo mediare tra la parlata dialettale e una dizione perfettamente distinguibile da Bolzano a Enna.

La serie ha beneficiato certamente di un favore di pubblico perché si inserisce tra i film o sceneggiati di mafia; un genere che ha sempre affascinato i telespettatori. In queste pellicole si mescolano i buoni e i cattivi sentimenti come l’amore, l’amicizia e la violenza a tutti i livelli.
Ma in “Romanzo criminale” c’è un fattore di rilevante importanza: è una rappresentazione storica di un passato prossimo doloroso. Sollima, girando per le strade di Roma, ha affermato: “Dove arrivavamo portavamo il panico, dovevamo svuotare le strade e riprodurre l’atmosfera di quegli anni”.

È una fiction fedele, che riproietta gli spettatori a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, rievocando in molti, che hanno vissuto quell’epoca, i colori, le luci, i fumi e i sapori acri della violenza e del disagio.
I protagonisti, così come i personaggi del film di Placido, ci sono familiari. Sono dei duri, ragazzi della Roma proletaria con cui è possibile identificarsi. Gli attori non hanno interpretato in modo equivoco i personaggi. È sbagliata quella critica che vede in loro degli eroi negativi da emulare. Hanno offerto, invece, una rappresentazione di come si viveva allora e di come la violenza era all’ordine del giorno. Ecco, allora, che uccidere non era poi così difficile, ma, anzi, era il modo migliore per risolvere drasticamente un problema. Tanti ragazzi sono stati stravolti da questo modo di pensare. Un modo perverso figlio del disagio economico e lavorativo degli anni ’70, che ha minato le menti delle persone gettando totale sfiducia nelle istituzioni, dallo Stato alla famiglia.

Il linguaggio delle P38 era il filo comune che legava il dibattito politico, il terrorismo, l’extraparlamentarismo, la criminalità organizzata e la violenza metropolitana. Basti guardare i film di quel periodo, di una violenza inaudita che difficilmente vengono riproposti oggi. Dal poliziesco, al western, all’horror, si spara, si spara e si spara. Copioni che hanno stravolto il modo di fare cinema in Italia.
Anche chi non fece utilizzo della violenza, difficilmente rinunciò all’uso del “pensiero violento”, applicandolo magari all’ideologia, alla politica o ai rapporti interpersonali.

I ragazzi protagonisti della serie nascono già in un contesto violento. Il Freddo, che è il personaggio più riflessivo, è l’unico che tenta di reagire. Vuole vivere una vita normale, ma alla fine il suo carisma e i suoi stessi buoni valori gli impediscono di sottrarsi a quel mondo. Freddo sa amare, onora valori come l’amicizia, l’onestà e il dovere, ma li applica all’interno di un contesto criminale. Egli non può sfuggire al suo destino.

È la diversità della serie rispetto al film. Nello sceneggiato c’è più spazio per le storie private, coma ha osservato lo stesso De Cataldo.
La politica, il terrorismo, i servizi segreti deviati sono sempre in primo piano, ma si intrecciano con le vicende personali dei protagonisti. E così scopriamo il tormentato amore del Libanese, la vicende familiari e affettive del Freddo, il triangolo amoroso tra il Dandy, Patrizia e il commissario Scialoja, le riflessioni filosofiche del Nero. Si sviluppano personaggi come il Bufalo, Scrocchiazzeppi e altri, con le loro debolezze e i loro punti di forza. Si scopre il bene dove c’è il male o si scopre il male nelle stanze dei commissariati, che dovrebbero essere i luoghi del bene.

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Il fatto che questa serie sia nata per Sky ha permesso, come si è già detto in passato, di essere più libera a livello artistico. Ha permesso di non corrompere un prodotto innovativo che sa di rinascita per la tv italiana, in modo da non esser relegata a rappresentare macchiette di un’Italia bigotta la quale si accartoccia con le sue contraddizioni su se stessa. Un’Italia della tv (e del cinema) che sappia rompere gli schematismi morali e sia capace di essere forte non solo nella commedia, ma anche in generi drammatici in cui non siamo meno adulti degli altri paesi. Citando il Libanese: “A Fre’, nun semo più regazzini”.


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