Sean Connery: il Divo che volle rifarsi Uomo

Valerio Principessa - 2 Novembre 2020

Sarebbe molto facile iniziare dall’iconica intro di 17 secondi in cui un tizio elegante sfila di profilo all’interno di quella che poi venne definita come “gun barrel”, per poi girarsi di scatto verso lo spettatore con una pistola in mano e i colpi a rompere la sinuosità di un tema orchestrale firmato John Barry. Preferiamo invece cominciare dalla fine, dai sorrisi e dalle pose di un bel novantenne, che dalle interviste alla compagna scopriremo affetto da demenza senile, che non si prende troppo sul serio e passa in almeno apparente serenità gli ultimi attimi (alle Bahamas, che ce lo porteranno via in un dolce sonno di un diverso Halloween del XXI secolo infestato dal Coronavirus) di una vita che lo ha visto lavapiatti, bagnino, modello, per poi diventare, grazie anche a quel gun barrel e ad un personaggio che sembrava cucitogli addosso, il sex symbol per eccellenza del boom economico occidentale.

Un uomo che nel 1962 non aveva la bellezza di Alain Delon o altri colleghi che anticipavano la tendenza del mondo pubblicitario e del mondo della Moda a propagandare l’idea di un angelo caduto dal cielo, che nella storia del Cinema lega Rodolfo Valentino a Leonardo Di Caprio, passando per James Dean. Il giovane Sean, dal timbro vocale inconfondibilmente Scottish (e per quanto cinematograficamente suddito di Sua Maestà in cuor suo era un indipendentista della sua Terra), era atleticamente “possibile” e anche stempiato. Eppure è stato il migliore o, per meglio dire, l’unico Bond possibile eccetto forse il recitativamente mediocre Pierce Brosnan, che gli si avvicinava in fisionomia, in un periodo in cui l’etereo era relegato alla meraviglia delle forme femminee dell’elvetica Ursula Andress (Licenza di uccidere) o di Daniela Bianchi (Dalla Russia Con Amore), mentre il maschio doveva necessariamente possedere il carisma e la sicurezza di chi sa gestire situazioni difficilissime (missioni impossibili) maneggiando a dovere oggettistica tecnologica capace di diventare arma a doppio taglio.

Quel carisma che Sean Connery continuò a proporre dopo il distanziamento inevitabile con il personaggio che lo rese ricco e famoso. In questo senso gli anni ’70 rappresentano la vera cartina di tornasole di un interprete che mai ha disdegnato la scommessa difficile e il coraggio di mostrarsi in abiti altri, anche difficili da decifrare per un pubblico occidentale: lo si ricorda a torso nudo con un imbarazzante pannolone nella fiaba fantasy ecologica, opera di quel John Boorman che poi diventò il grande visionario di L’Esorcista, L’Eretico e soprattutto Excalibur, con rimandi vagamente camp all’iconografia de Il Mago di Oz tanto da esserne quasi uno spin-off: Zardoz, anno 1974, uno dei film invecchiati peggio di quel decennio a dispetto anche della presenza di una giovanissima e straordinaria Charlotte Rampling. Ma Connery è stato anche il berbero arabo che rapiva una famiglia americana per portare alla luce l’orrore del colonialismo europeo in Marocco nell’epopea desertica del reazionario John Milius ne Il vento e il Leone (1975). Epopea bissata lo stesso anno con invece il classico John Houston in cabina di regia e l’azione spostata in India, dove Storia e Religione vanno di pari passo, ne L’Uomo che volle farsi Re.

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È in questo periodo della sua carriera che Connery plasma la sua figura di attore coraggioso e mai autoreferenziale, disposto a seguire le indicazioni di registi più o meno affermati, sacrificando una possibile vita semplice e di conservazione del proprio status ai piani alti di Hollywood sull’altare dei progetti ambiziosi che parlano di mondi lontani. Si passa dall’avventura di Robin e Marian al noir pre-rivoluzionario di Cuba (entrambi firmati Richard Lester), alla fantascienza artefatta di Atmosfera Zero di Peter Hyams (1981), per tornare al fantasy avventuroso e folkloristico di Highlander (1986) e al racconto storico de Il Nome della rosa, in cui Jean-Jacques Annaud e ancor prima Umberto Eco costruiscono ancora una volta personaggio ritagliato appositamente per lui: Guglielmo da Baskerville.

L’Oscar arriverà grazie a Brian De Palma e all’incorruttibile poliziotto irlandese che fronteggia Al Capone nella Chicago anni ’30 de Gli Intoccabili. Poi gli anni ’90 sono un fiorire di progetti ancora vari e coraggiosi che vanno dal poco riuscito La Casa Russia all’action ambientato in una Alcatraz minacciosa di The Rock del fracassone Michael Bay. È il canto del cigno delle abilità fisiche dell’attore, che dopo Entrapment, vicino alla bomba sexy Catherine Zeta Jones, ripone nell’armadio le contorsioni e l’immensa capacità di bucare lo schermo con il movimento veloce e preciso. Gus Van Sant gli ritaglia l’intimista e delicato Scoprendo Forrester (2000) ed è l’inizio di quel percorso di saggezza, umorismo e limiti che per 20 anni lo accompagneranno verso l’implacabile Halloween 2020.

E probabilmente questa è la storia più bella e coraggiosa del protagonista di un Novecento fatto di seduzioni e stimoli culturali: quella di un Divo che torna ad essere Uomo, con il sorriso di chi vuole insegnare al mondo, anche e soprattutto a quello che di questi tempi vorrebbe convincerci che invecchiare e morire comportino l’imbarazzo dei tabù sociali, che non saremo belli e sexy per sempre.

James Bond incontra Honey, nel suo bikini che esalta gambe da sogno, solo nel 1962: oltre il fascino delle forme, scolpite nei ricordi e nel tempo, c’è tutto un mondo di Umanità.

 

Valerio Principessa


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