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Sofferenza psichica: non c’è un unico percorso di diagnosi

Il secondo incontro organizzato il 20 marzo dal gruppo “Il nido del cuculo” sul disagio mentale

“Diagnosi e presa in carico” è stato l’argomento dell’incontro-dibattito del 20 marzo sul disagio mentale, organizzato dal gruppo d’auto mutuo aiuto “Il nido del cuculo” delVI municipio.

Il relatore del seminario, dr. Narciso Mostarda (responsabile del Centro di Salute Mentale), ha insistito molto sul carattere delicato ma importante della fase d’analisi diagnostica (e dunque di presa in carico) dell’utente con problemi mentali.

Ma perché è così complesso il “riconoscere attraverso” (questo è il significato etimologico dell’origine greca del termine “diagnosi”) una situazione di crisi psichica?
Perché, è stato ribadito, l’oggetto dell’intervento non è una parte del corpo ben concreta e tangibile ai nostri sensi come può essere un’operazione d’appendicite. Bensì una cosa immateriale come la “psiche” (altra derivazione greca del termine che vuol dire “anima”) di un essere umano.

L’anima, dunque, si può ammalare, come si credeva fin dal settecento. Se s’ammala l’anima, ci vuole allora un medico che la curi (si sosteneva in quel tempo). Ma di cosa s’ammala l’anima? L’analisi medica dovrebbe avere un riscontro evidente. E chi è il medico dell’anima? Se essa va curata da un medico, ci vuole allora un ospedale (manicomio) che curi la malattia medica. E così via.
Sono dunque circa tre secoli che gli studiosi si dibattono su queste spinose discussioni, che provocarono in seguito la fioritura delle scuole di psicologia e le prime riflessioni di psicanalisi.

La mente dell’uomo, com’è noto, non è fatta solo di reazioni chimiche e di collegamenti di neuroni, ma anche di Sapere, di Cultura. Di Conoscenze che il nostro “padre archetipo” ci ha tramandato durante i millenni e millenni.
Ecco perché una diagnosi esatta non può venire da un solo professionista sanitario, bensì deve nascere da una équipe di figure professionali molteplici nel campo delle scienze umane. Tale équipe comprende quindi non solo psicologi, medici, psicoterapeuti, infermieri, ma anche sociologi.
Sì, sociologi, perché come spesso avviene il disagio è anche sociale e non mentale (si pensi ad esempio a certi comportamenti “bizzarri” che manifestano quegli anziani soli, di fronte al terrore di non potere essere assistiti nella vita quotidiana).

Fare una diagnosi giusta è, dunque, come “cucire un abito su misura”, cioè trovare la vera causa del malessere. I tempi, per questo, sono necessariamente lunghi, per non sbagliare la “taglia del vestito” e perché ovviamente la cura non può prevedere una terapia basata esclusivamente sugli psicofarmaci (previsti invece per l’emergenza e il pronto soccorso).

Il percorso diagnostico, però, ecco l’importanza del rapporto con la rete territoriale, deve integrarsi con l’ascolto serio e duraturo con il paziente e i suoi familiari (l’80% degli infermieri infatti prestano la loro opera a domicilio), nei confronti dei quali deve mettersi in moto un vero e proprio processo di “empatia comunicativa e condivisa”.

L’altro aspetto importante che il relatore ha voluto rilevare è il carattere dinamico della diagnosi. Nel senso che la diagnosi “è solo un punto di partenza e non di arrivo”.
Vale a dire, per rimanere alla metafora del sarto, che non si può continuare a fare indossare lo stesso vestito (diagnosi) ad un utente che negli anni successivi ha modificato la sua corporatura (stato dell’anima).
Questo vale, a maggior ragione, se la diagnosi stessa si dimostra nel frattempo sbagliata. In tal caso il Centro di Salute Mentale deve avere la forza di rimetterla subito in discussione.

Come è stato ricordato citando la natura immateriale dell’anima, non esiste nella valutazione del malessere una “one best way”, in altre parole non c’è un unico percorso diagnostico.

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