Stadio Flaminio: una storia che ripete sé stessa

Un viaggio dal 2002 ad oggi, tra politica, economia ed urbanistica: buone intenzioni e poche azioni
di Fabrizio Miligi - 9 Ottobre 2015

Un trittico architettonico d’eccezione si erge nel cuore dei Parioli: Stadio Flaminio e Palazzetto dello Sport, esempi di Architettura Organica progettata da Pier Luigi Nervi e figlio, si affiancano al prestigioso Auditorium, firmato Renzo Piano nel suo periodo high tech. Ma se gli ultimi due godono di buona salute, lo stesso non può dirsi del Flaminio.

STADIO FLAMINIO A ROMAIl glorioso stadio, esponente di tecnologia d’avanguardia al momento della sua inaugurazione (marzo 1959), si presenta oggi tra gradinate deserte, erbacce, ruggine e vandalismo, cancelli mestamente chiusi, in un silenzio che fa rumore.

Già durante la giunta Veltroni nel 2002 viene redatto un documento di indirizzo per la sua rifunzionalizzazione (Progetto Urbano Flaminio-Foro Italico – Obiettivi e strategie di intervento), poi approvato dal Consiglio Comunale (delibera n. 249 del 6 ottobre). Questa mega ristrutturazione urbanistica interessa un’area di circa 26 ettari, in parte estesa al di là del Tevere rispetto al II Municipio. Rimane in sordina, fino al 2010, quando sotto il nome di “Parco delle Arti”, l’amministrazione Alemanno propone di realizzare un parco multi-strutturale, comprendente tra gli altri, il MAXXI, l’Auditorium e il progetto di rivalutazione di via Guido Reni. La spinta decisiva parte dalla candidatura di Roma ai giochi Olimpici del 2020, palesandosi la volontà di riutilizzare il vecchio Villaggio Olimpico a fini sportivi. Questa fase progettuale vede inoltre la collaborazione di Renzo Piano, già artefice dell’Auditorium.

Sembra fatta. E invece no: con la spending review del governo Monti arriva nel 2011 la  rinuncia di Roma alle Olimpiadi. Troppi soldi da spendere, e la capitale non ne ha. Nello stesso anno lo Stadio Flaminio è per l’ultima volta protagonista del VI Nazioni di rugby, e almeno la buona notizia è che gli azzurri in quell’edizione battono la Francia.

Ma ormai la strada dell’abbandono è imboccata, il rugby trasloca all’Olimpico, e il 30 giugno del 2012 il Coni fa scadere la gestione in auge ormai da 15 anni, scaricando lo stadio della discordia al Comune. Flaminio chiuso, niente più rugby, né altro.

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Poi, due anni di nulla, fino all’ennesimo passaggio gestionale nel 2014 dal Comune alla Figc, che intende trasformare l’impianto in un centro federale in stile Coverciano, destinandolo alle nazionali giovanili.

Alle intenzioni non seguono le azioni. Nessuno osa farsi carico delle spese di ristrutturazione per lo stadio, stimate tra i 12 e i 15 mln. di euro. E dulcis in fundo, tenere il Flaminio chiuso costa circa  800mila euro l’anno (dati Codacons).

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Un’ ulteriore criticità è data dal complesso rapporto tra il Comune e la Fondazione Nervi, costituita dagli eredi di Pier Luigi Nervi, che detengono la proprietà intellettuale e i diritti morali sull’opera. Neanche la collaborazione tra la Fondazione e Renzo Piano ha finora sortito miglioramenti significativi.

Al Campidoglio arriva nel 2013 Ignazio Marino, homo novus sostenuto da PD e SEL. A partire dal 2014 Marino avvia, con Renzi, e Malagò (presidente del Coni), la candidatura per Roma ai giochi Olimpici del 2024, ufficializzata poi nel settembre 2014. Punto focale della proposta? Facile: tra gli altri, lo Stadio Flaminio. Evviva!

E invece no: alla metà di ottobre 2015 nessun aggiornamento sul bando di ristrutturazione promesso nello scorso maggio dal dimissionario sindaco Marino.

Una provvisoria disfatta, per uno stadio glorioso che accoglie le Grandi Olimpiadi del 1960 e ammira le gesta di Lazio e Roma nella stagione calcistica ‘89-‘90 (in attesa della riapertura dell’Olimpico chiuso per lavori di Italia ‘90). Il Flaminio ospita nel 2000 l’esordio italiano nel VI Nazioni, con una storica vittoria per 34-20 degli azzurri contro la Scozia, al grido di ventiquattromila tifosi. Non mancano le popstar: U2 e David Bowie, Prince, Rolling Stones, Michael Jackson e Duran Duran.

In una storia che ripete sé stessa, un dubbio sul futuro della Capitale, che alla vigilia del Giubileo, appare impreparata ad accogliere Grandi Eventi: che ne sarà delle dichiarazioni in pompa magna sulla rinascita del Flaminio?


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