

Nel 40° anniversario della morte dello scrittore e cineasta. Come nacque la prima opera cinematografica del già famoso scrittore e poeta
Stupenda e misera città, / che m’hai insegnato ciò che allegri e feroci / gli uomini imparano bambini, / le piccole cose in cui la grandezza / della vita in pace si scopre, come / andare duri e pronti nella ressa / delle strade … (P. P. Pasolini, da “Il pianto della scavatrice”).
Il 2 novembre 2015, fra poco più di quattro mesi, ricorrerà il 40° anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini, poeta, scrittore, critico letterario, cineasta. La sua vicenda umana e artistica si intreccia strettamente con la storia, urbanistica sociale e culturale, della nostra città e, soprattutto, della sua periferia, dei suoi quartieri popolari, cioè dei nostri quartieri, inesauribili sorgenti d’ispirazione artistica, ai quali Pasolini ha dedicato le sue pagine e le sue immagini migliori. Noi vogliamo ricordarlo con una serie di articoli e, avvicinandoci alla data del 2 novembre, anche con alcuni eventi sui quali auspichiamo che si formino la più larga convergenza e la massima collaborazione tra soggetti diversi.

C’è una sequenza, nel film Accattone, prima opera cinematografica di Pier Paolo Pasolini, particolarmente significativa, che provoca nello spettatore un angoscioso senso di scoramento, di desolazione, una sorta di amaro pre-sentimento della tragica fine riservata all’ignaro e involontario protagonista della vicenda che si dipana attraverso scarne e a volte brutali immagini in bianco-nero. E’ quella nella quale si vede un assonnato e disperato Franco Citti (nella parte del “pappone” Vittorio Cataldi, detto Accattone) percorrere lentamente – quasi trascinasse il suo corpo e con gli occhi semichiusi per i riflessi di un sole inclemente che si fa strada a fatica nella polverosa periferia romana – la squallida e solitaria via Formia (lo si capisce dall’enorme pino che, fino a pochi anni fa, si ergeva quasi nel mezzo della carreggiata, nei pressi dell’incrocio tra via Formia e via Norma), proveniente dalla Borgata Gordiani e diretto verso il Pigneto, probabilmente verso via Fanfulla da Lodi, dov’era situato (e lo è tuttora, ma con tutt’altro aspetto) il baretto del Necci, abituale ritrovo di Accattone e dei suoi amici. A sottolineare la disperata andatura di Accattone, ed ad accrescere la sensazione d’angoscia nello spettatore, sono le note della “Passione di Matteo” di Bach, uno dei brani prediletti da Pasolini, da lui utilizzato anche in altri suoi successivi film.
Il primo ciak del film era stato ordinato dallo scrittore bolognese, trapiantato nella “stupenda e misera” capitale delle borgate, nell’ottobre del 1960, proprio in via Fanfulla da Lodi: una fotografia scattata da Tonino Delli Colli ritrae l’istante preciso in cui Pasolini indica a Franco Citti i gesti e i movimenti ai quali si dovrà attenere; accanto a lui, in piedi, un giovanissimo aiuto-regista alla sua prima esperienza cinematografica: Bernardo Bertolucci, allora appena diciannovenne. Il neo-regista Pasolini, già affermato scrittore e poeta (del 1957 è la raccolta di poesie Le ceneri di Gramsci; del 1958 la nuova raccolta di versi L’usignolo della chiesa cattolica; del 1959 la pubblicazione del suo secondo romanzo Una vita violenta, un clamoroso successo che, per pochi voti, non otterrà la vittoria al Premio Strega, sconfitto da “Il Gattopardo”, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa), girò al Pigneto le prime due scene del film, inviandone subito dopo i provini in pellicola a Federico Fellini, poiché sperava di farsi finanziare l’intero film dalla Federiz, la nuova società di produzione fondata da Fellini e dal celebre editore Angelo Rizzoli. Non se ne fece niente: il modo di girare di Pasolini, per l’epoca del tutto “sgrammaticato”, fece inorridire il più tradizionalista autore della “Dolce vita”; ciò che più urtava la sensibilità corrente era la brusca alternanza di scene in movimento e di lunghi primi piani statici, una tecnica che, sebbene potesse vantare illustri predecessori (il celebre regista russo Ejzenstejn), veniva tuttavia, all’inizio degli anni sessanta, giudicata antiquata e superata.
Fellini, ritenendo Pasolini inaffidabile come regista, rifiutò di finanziarne l’opera, già pronta sulla carta e con un’enorme mole di materiale preparatorio ormai inutilizzabile. Fu un autentico pugno nello stomaco, che produsse nel poeta bolognese un traumatico periodo di depressione. Fortunatamente intervenne, all’inizio del 1961, Mauro Bolognini, per il quale Pasolini aveva lavorato alla sceneggiatura de Il bell’Antonio, prodotto dal quasi sconosciuto Alfredo Bini. Bolognini si incaricò di mediare tra Pasolini e Bini, ma soprattutto di convincere Cino Del Duca, editore e produttore, a tirare fuori i quattrini senza i quali il neo-regista non avrebbe potuto neanche iniziare le riprese. Bini e Del Duca ebbero il coraggio di rischiare, nonostante la cattiva reputazione che, a causa del parere negativo di un’autorità indiscussa come Fellini, era piovuta sul capo di Pasolini nell’ambiente cinematografico.
Ebbene, furono ricompensati: in pochi mesi, nel luglio 1961, Pasolini portò a termine Accattone, ma non fece in tempo a metterlo in concorso per la Mostra del Cinema di Venezia, anche perché non ottenne il visto della censura per le sale cinematografiche; tuttavia venne proiettato, fuori concorso, al festival il 31 agosto 1961, suscitando violentissime polemiche. Di conseguenza, quando Pasolini riuscì ad ottenere il visto per le sale, esso fu accompagnato da un apposito decreto ministeriale di “vietato ai minori di anni 18”.
Accattone fu il primo film, nella storia della cinematografia italiana, ad essere vietato ai minori di anni 18 e ciò, a dispetto della censura, contribuì notevolmente al suo successo di pubblico. Così come convinse lo stesso autore a insistere nella sua carriera di cineasta: pochi mesi dopo, tra la fine del 1961 e gli inizi del 1962, Pasolini comincia a girare, insieme a una splendida Anna Magnani, Mamma Roma, la storia di una prostituta che cerca disperatamente, ma inutilmente, di uscire dalla strada mediante l’acquisizione e la gestione di un banco di frutta e verdura al mercato rionale del Quadraro.
Sarà questo film, e il rapporto tra la Magnani e Pasolini, a costituire l’oggetto del prossimo articolo.
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