

Dopo la sosta di mezzanotte a Parigi. L’ultimo film conferma la ritrovata creatività di un grande maestro del cinema internazionale
“ …Ralph si allontanò perciò col cicerone mentre Isabel si sedeva su una colonna stesa a terra presso le fondamenta del Campidoglio. Voleva una breve solitudine, ma non doveva goderne per molto. Per quanto acuto fosse il suo interesse per le rudi reliquie del passato di Roma che giacevano sparse intorno a lei e nelle quali la corrosione dei secoli aveva lasciato ancora tanta vita individuale, i suoi pensieri, dopo essersi posati per un poco su queste cose, si erano sviati, per una concatenazione di stadi a tracciare la quale ci vorrebbe una certa sottigliezza, verso regioni e verso oggetti carichi di un più attivo richiamo …” (Henry James, Ritratto di signora).
Che l’Europa faccia bene agli artisti americani, soprattutto a quelli che si occupano a tempo pieno di cinema (registi, sceneggiatori, attori), è dimostrata dalla ritrovata vitalità e creatività, dopo alcuni anni di appannamento (e senza tener conto del flop del film “Vicki, Cristina, Barcelona), di uno dei cineasti a stelle e strisce più amati al di qua dell’Atlantico: il sempre prolifico Woody Allen.
Dopo il suo capolavoro “Match Point”, girato a Londra nel 2005, egli ci ha regalato, nel giro di pochi mesi, “Midnight in Paris”, ambientato all’ombra della Tour Eiffel (2011), e ora l’appena uscito e attesissimo “To Rome with love”, da noi testé visionato con grandissima soddisfazione e travolgente allegria. Allegria prodotta dalle scoppiettanti trovate, gags, situazioni surreali e paradossali che si susseguono per tutto il film. Allegria perché dalla contemporanea presenza, nel film, di due grandi comici come lo stesso Allen (di nuovo interprete di un suo lavoro dopo circa sei anni), e del nostro Roberto Benigni (in perfetta forma e a suo completo agio in un ruolo che mira a far ridere in maniera del tutto disinteressata), non ci si potevano aspettare deviazioni e depistaggi (anche se non mancano, qua e là, indizi ben celati di carattere etico, politico, sociologico).
Il film è anche un atto d’amore di Allen nei confronti di una città da lui molto amata e nella quale ritorna sempre volentieri. L’ultima volta, prima dell’inizio del film nell’estate del 2011, egli apparve nella nostra città nella primavera dello stesso anno, per deliziarci con uno strepitoso concerto jazz svoltosi presso l’auditorium di via della Conciliazione, concerto che lo vide applauditissimo suonatore di clarinetto all’interno della sua “New Orleans jazz band”. Ricordiamo con molto piacere, di quella serata, l’esecuzione, graditissima dal pubblico, in versione jazz della nostra “Bella ciao”. Nel film in oggetto, e nelle immagini della città che Allen ha saputo mettere insieme con grande maestria e con una sempre sorprendente fotografia, troverete ben poco della Roma odierna, con il suo traffico caotico, le sue brutture edilizie, le sue smisurate e angoscianti periferie. La critica più esigente già lo ha ben evidenziato, anche con maligne osservazioni, del tipo “Ma questa è una Roma da cartoline anni Cinquanta”.
A noi, francamente, ciò non interessa: sappiamo bene che un artista non deve rappresentare il mondo così come esso è ma, al contrario, così come il sentimento (dotato di potenti lenti colorate) glielo fa vedere o, per meglio dire, “ricreare”. E nel sentimento di Allen nei confronti di Roma un grande ruolo lo devono aver giocato vari fattori. Innanzitutto le descrizioni dei grandi della letteratura angloamericana che hanno visitato Roma, ricavandone una profonda e durevole impressione: l’Henry James di “Ritratto di signora”, l’Hawthorne de “Il fauno di marmo”, una scena del quale romanzo si ritrova, quasi di peso, trasformata in breve sequenza del film. In secondo luogo il celebre film di W. Whiler “Vacanze romane” (1953), con gli indimenticabili Audrey Hepburn e Gregory Peck. In terzo luogo il grande cinema italiano, del quale Allen si è sempre dichiarato appassionato cultore. In questo film, ad esempio, ritroviamo il Fellini de “La dolce vita”, ma anche del suo primo lavoro “Lo sceicco bianco”, che viene letteralmente copiato nell’episodio dei due sposini di Pordenone che, giunti a Roma, si perdono nella grande città e poi si ritrovano. Ma è presente anche il Fellini di “Le notti di Cabiria” e, ovviamente, di “Roma”.
Ma non ci sono sfuggite altre citazioni, anche di una cinematografia minore e più popolare, come quella espressa nei film interpretati da Alberto Sordi, ad esempio “Il vigile”, “Il maestro” e, naturalmente, “Un americano a Roma”. Sul piano della trama, è necessario dire che si tratta di quattro diverse vicende: la prima è rappresentata dal racconto dei due sposini di Pordenone in viaggio di nozze (in questa appaiono, in brevi e gustose apparizioni, Antonio Albanese e Riccardo Scamarcio).
La seconda s’impernia sulla surreale presenza, in veste di “grillo parlante”, di un famoso architetto americano (al quale dà il volto Alec Baldwin) che, del tutto casualmente, assiste allo svolgimento di una sorta di tormentato “mènage a trois” tra una coppia di studenti di architettura nella quale fa irruzione una giovane attrice, amica di lei, bella e seducente la quale, ovviamente, fa innamorare di sé il maschio.
La terza è quella che vede la presenza dello stesso Allen, nelle vesti di un americano manager discografico in pensione che, giunto a Roma per conoscere il fidanzato romano della figlia, scopre nel padre di costui un inconsapevole nuovo Pavarotti che, però, riesce a rendere il meglio di sé solo sotto la doccia. Una vicenda veramente esilarante.
Così come molto divertente è la quarta storia, quella interpretata dal nostro Benigni, nei panni dell’oscuro impiegato Leopoldo Pisanello colpito da improvvisa ed effimera notorietà televisiva. Una notorietà televisiva tanto ossessiva quanto futile e fastidiosa, degna dei peggiori reality e dei “grandi fratelli” agli italiani, ahinoi!, purtroppo ben conosciuti.
Un film molto gradevole, in definitiva, degno del miglior Allen al quale, come romani, non possiamo non essere riconoscenti per averci gratificati con uno dei suoi migliori prodotti.
P. s.: che Woody Allen fosse un fedele seguace di Groucho Marx, era a tutti noto; che fosse un simpatizzante di Karl Marx lo avevamo sospettato (vedi soprattutto la feroce critica alla borghesia contenuta in “Match Point”); ma che fosse addirittura un nostalgico del comunismo ne abbiamo avuto, finalmente, la prova, attraverso i palesi riferimenti che, nei suoi due ultimi film, si incontrano in momenti non secondari della narrazione. Un ulteriore piacere per impenitenti “nostalgici” quali noi siamo.
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