

Dalla Bulgaria al campo nomadi, dove venivano addestrate. Stroncata dai Ros la compravendita di schiave
Il campo nomadi di Tor di Quinto era lo specchietto per le allodole dove la promessa di un futuro di benessere e salute in un Paese sviluppato e moderno e quello di un vero riconoscimento sociale, si trasformavava fatalmente nella desolazione e nel disagio di una baraccopoli ai margini culturali della periferia romana, e subito dopo nella disperazione che si rifletteva in un futuro da schiave, costrette ad imparare le tecniche del furto e dell’accattonaggio. E come "premio" alla fine quello di diventare sposa di vecchi sconosciuti e madre-meccanismo di altri schiavi da mettere sul mercato.
Così si concludeva la storiaccia di centinaia di bambine bulgare che Markovic Milan (anche lui bulgaro, di 64 anni) comprava in patria da famiglie poverissime, per mille o duemila euro, promettendo loro un matrimonio e un futuro sereno con italiani benestanti. Poi, una volta giunte a Roma, le ragazzine venivano dirottate verso il campo di Tor di Quinto dove si infrangevano tutti i loro sogni. Lì venivano addestrate a scassinare serrature, a borseggiare, perfino a mendicare, e venivano trascinate in strada per tutto il giorno a “fare pratica”. Poi, non appena individuato il compratore in qualche clan rom sparso per l’Italia, venivano rivendute a cifre dieci volte superiori a quelle di acquisto, come spose e ladre contemporaneamente, e infine madri, che avrebbero dato alla luce nuovi figli da sfruttare. Altro denaro, altra delinquenza, altra disperazione.
Ma il bulgaro non era il solo a seguire l’attività. Anche la Magistratura di Trieste e il nucleo Ros dei Carabinieri erano interessati agli affari di Milan, attraverso un’operazione che va avanti da prima del 2006 e che, dopo quella data, si è cristallizzata nell’operazione denominata “Maybach”. Ieri, 25 febbraio, la fine per Markovic e per altre 10 persone finite in manette. Le accuse vanno dalla tratta di esseri umani alla riduzione in schiavitù e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. L’operazione si è poi dimostrata non solo efficace in termini pratici, ma anche dal punto di vista della cooperazione internazionale: è stato infatti grazie all’unione delle Forze dell’Ordine bulgare e italiane che è stato stroncato il traffico.
Una storia triste che, ancora una volta, porta alla luce la necessità di una politica che non sia ciecamente basata sulla persecuzione degli individui, ma che costruisca una rete tra Forze dell’Ordine e magistrature di tutta Europa (e non solo) per stroncare le organizzazioni clandestine che sono alla base della criminalità.
L’assessore alle Politiche Sociali del Comune di Roma, Sveva Belviso, mostrandosi solidale con le giovani vittime di Milan e augurando per loro un futuro più sereno, parla di un “piano di riorganizzazione dei campi nomadi che, attraverso il regolamento dei villaggi della Capitale, consentirà di distinguere chi arriva nella nostra città per delinquere da chi vuole condividere un percorso di legalità e integrazione”. Parole vaghe che rischiano di rimanere vuote se non vengono seguite da direttive specifiche sul lavoro che le autorità andranno ad effettuare. E’ fondamentale capire, infatti, se l’obiettivo principale è solo la semplice (e alquanto inutile) espulsione coatta degli irregolari o la vera lotta ai clan criminali che gestiscono e alimentano i mercati illegali e la delinquenza.
Perché le erbacce vanno estirpate alla radice, non solo tagliate.
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