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Una vita normale per i figli disabili è impossibile: la denuncia delle madri di Settecamini

Interessante e affollato dibattito promosso dall’Associazione “Ritorno in formazione” per sensibilizzare la società dei “normali”

Le madri di Settecamini (5° Municipio) non ci stanno. Denunciano la latitanza o la superficialità delle istituzioni nei confronti dei problemi dei disabili.
Non chiedono alla società né pietismo e né indifferenza per i propri figli con deficit fisici, neurologici e psichici, ma solo di considerarli “persone”, assicurando loro il diritto a una rete qualificata di servizi e di strutture d’assistenza per condurre una “vita normale”.
L’occasione per denunciare questa situazione è stato l’incontro pubblico del 4 maggio, promosso dall’Associazione Culturale “Ritorno in formazione” di via di Settecamini, 11.

La manifestazione, alla quale hanno partecipato Rita Gabrielli (dell’Associazione nazionale genitori soggetti autistici), Umberto Brancia (autore, insieme al figlio Marco, del libro “Non avevo le parole”) e Silvia Auditori (psicologa), aveva come titolo: “Disabilità. Oltre le barriere mentali”. Coordinatrice del dibattito: Fernanda Mariani.

Il nostro giornale già da tempo e con attenzione segue le iniziative che si svolgono a Roma sul tema del disagio psichico e sociale. Per questo sappiamo bene che i problemi e le resistenze sollevati da tali argomenti non si concentrano solo in un territorio o solo in pochi ceti sociali, ma essi coinvolgono e si intrecciano nella coscienza di tutti noi come scatole cinesi.
Oliver Sacks, professore di neurologia a New York, per esempio, apre a tal proposito il suo straordinario libro: “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” con un’epigrafe di William Osler che dice, “Parlare delle malattie è un intrattenimento da Mille e una notte”.
Perché, sostiene l’autore nella prefazione al suo libro, come appunto accade nelle fiabe classiche, i pazienti (soprattutto) neurologici racchiudono un po’ tutte le figure archetipiche contenute nella favolistica: storie di eroi, di viaggi inimmaginabili, di martiri, di guerrieri, ecc.
Le malattie neurologiche e psichiche, infatti, coinvolgono persone che lottano (insieme ai familiari) per conservare le loro identità e autonomia in circostanze avverse (deficit di parola, di coordinamento motorio, di funzioni specifiche nervose e mentali, ecc.).

Ma le avversità più resistenti sono rappresentate, com’è noto, soprattutto dalle “barriere mentali” innalzate dalla società dei “normali”.
Cercare di abbattere quest’ultimo muro immateriale che ancora allontana i malati e le categorie sociali più svantaggiate dalla piena integrazione sociale, è dunque il motivo principale che si sono riproposti i soci dell’Associazione di Settecamini.

Rita Gabrielli, madre di una ragazza diciottenne autistica, nel corso del primo intervento al Centro Culturale della Tiburtina, ha con forza precisato, in nome dei genitori di ragazzi autistici, che la richiesta fondamentale che rivolgono alle istituzioni e a tutti noi è quella appunto di “far condurre una vita normale” ai loro figli.
Ad esempio: “andare a scuola, uscire con gli amici, praticare uno sport, divertirsi, amare”.
Come accade, insomma, di fare a tutti i ragazzi normali. “Perché i nostri figli”, ha concluso Rita “non sono casi clinici ma persone”.

Ma la nostra società non è però ancora preparata a soddisfare questi elementari diritti di vita.
Perché, intanto, i servizi sociali, la professionalità degli addetti e l’offerta delle strutture territoriali non esistono o sono inadeguati ad affrontare le problematiche dell’handicap: ad iniziare dalle Asl per finire alle scuole, dove addirittura certe insegnanti di sostegno sembrano interessate più agli sviluppi di carriera (sfruttando proprio quel ruolo) che a educare i disabili a loro affidati.

Persino mandare i figli a catechismo, hanno denunciato alcuni genitori, è stato impossibile, come se avessero chiesto la presa in cura di un extraterrestre.

Ma la società è sorda soprattutto perché le persone normali costruiscono una barriera culturale divisoria che ostacola pesantemente l’integrazione di tali soggetti disagiati.
I fatti e le testimonianze dei genitori presenti all’incontro confermano, infatti, che in tenera età i loro bambini “difficili” non hanno incontrato difficoltà di socializzazione con i coetanei.
Essendo la loro mente in crescita, quindi ancora sgombra dei “giudizi”, non potevano infatti alzare alcuna barriera di “pre-giudizi” nei confronti degli altri bimbi, che invece erigono, quando gli stessi diventano adulti “normali”, cioè normalizzati dalla società “giudiziosa”.

Proprio per valorizzare la creatività e le singole attitudini che i pazienti del disagio spesso esprimono, se ovviamente ascoltati adeguatamente (questo il punto), sono nate delle esperienze di laboratorio artistiche e teatrali, la cosiddetta Art terapia, che vedono protagoniste proprio queste persone. Le quali, erroneamente, sono solo viste nei loro difetti e limiti e mai invece nelle attitudini creative che spesso custodiscono e proteggono dentro di ognuno di loro.

Di questo ha parlato Silvia Auditori, nel secondo intervento della serata, la quale ha anche presentato, insieme a un giovane attore, un cortometraggio che ha offerto uno spaccato concreto dell’attività svolta in questo campo a favore dell’inserimento dei disabili.

L’incontro è stato concluso dal terzo relatore, Umberto Brancia, il quale ha presentato insieme al figlio Marco, il suo libro appena uscito: “Non avevo le parole” (edizioni Città Aperta), che è un racconto autobiografico in veste di dialogo sulla malattia tra un padre e il figlio autistico.
Il nostro giornale ha già pubblicato online una recensione del libro, che riprende per altro il contenuto centrale dell’intervento che l’autore ha voluto ribadire al dibattito di Settecamini.
Che cioè la terapia decisiva per rompere l’indifferenza e l’isolamento che minacciano il futuro di questo tipo di malati non è tanto la famiglia, che da sola non basta, quanto “la socializzazione”, così si è espresso il relatore, “per affrontare il mondo pur con tutta la sua complessità”.

“Il mondo dei disabili”, ha poi concluso Brancia prima dell’altra proiezione filmica sull’autismo di fine dibattito e intitolata Ai confini della normalità, “è un mondo che vuole esprimersi, perché questi ragazzi hanno bisogno di raccontare e di raccontarsi”. Infatti, è stato per primo il figlio Marco a iniziare a scrivere il libro, poi seguito dal padre.

Forse perché, aggiungiamo noi, come i bambini amano ascoltare le storie raccontate per mezzo dei simboli, riuscendo così a spiegare una realtà ancora da scoprire, anche gli autistici sono facilitati, attraverso appunto il racconto simbolico, a dare un senso al mondo attorno a sé.

Info dell’Associazione:
www.ritinforma.altervista.org / e-mail, [email protected] e cell. 3290607208

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