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A proposito di guerriglia urbana

Catania si rivela specchio delle nostra società civile

Scusate se stavolta lasciamo da parte la cronaca locale, ma non siamo affatto sorpresi di quello che è successo nella città etnea. Lo stadio non è un luogo avulso, separato dal resto della società, così come non lo è il suo frequentatore. E’ piuttosto lo specchio (fedele) della nostra società civile, un microcosmo che riflette il macrocosmo. Perciò temiamo che tutte le misure che si vorranno prendere per ristabilire l’ordine (laddove per ordine s’intende garantire il regolare svolgimento di una partita) toccheranno solo di striscio un fenomeno di proporzioni più vaste e allarmanti la cui origine, purtroppo, si deve a una spaventosa e (irreversibile?) crisi culturale. Cosa si può fare, infatti, in un paese dove manca totalmente la cultura della sconfitta (o meglio del saper perdere), del riconoscimento del più bravo? Dove si insegna che si deve comunque e sempre vincere, non importa come. Dove la prima regola è contestare il risultato. Dove chi grida più forte ha ragione. Dove un semplice avversario o concorrente (da battere) diviene un nemico (da abbattere). Ovunque: nello sport, nel lavoro, nelle normali relazioni interpersonali. Un paese dove chi perde le elezioni grida ai brogli e al sabotaggio, dove si uccide per l’occupazione di un parcheggio, dove si sterminano i vicini del piano di sopra perché fanno rumore, dove nelle scuole si insultano e malmenano i paraplegici. Dove nessuno vuole dare l’impressione di essere un perdente, perfino nelle situazioni più banali.

Ciò che accade oggi negli stadi, se vogliamo capirci qualcosa, va iscritto in tale contesto. E’ la faccia violenta e brutale di un disagio giovanile che trova sfogo in un perimetro specifico ma il cui alveo naturale è l’intera città.

Dopo i fatti del 2 febbraio non ce la sentiamo di minimizzare, di fare il coro ai sostenitori dello “show must go on” supportato dalla solita litania per cui “ tutto sommato si tratta di una sparuta minoranza, non si può colpire un’intera città per quattro deficienti, la maggioranza sono persone per bene, eccetera eccetera”. Non ce la sentiamo di avallare posizioni che tendono, ogni volta, a trasformare un fatto patologico in fisiologico. E’ vero che si tratta di minoranze (ci mancherebbe altro!), ma cento persone costituiscono già un esercito in grado di mettere a ferro e fuoco una città. E che pensare di un paese che ogni volta è vittima e ostaggio di queste minoranze?

Quando si tornerà a giocare (perché si tornerà a giocare) e le prime partite non succederà niente, dovremmo avere il pudore di non esultare, di non attribuire meriti a nessuno. Le nuove regole, se ci saranno, almeno per i primi tempi, non faranno altro che agire sulla geografia del fenomeno, meno sulle coscienze. Per questo siamo (e saremo ancora) tutti perdenti.

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