A Roma la vera alternativa progressista di governo è alla rendita speculativa

La radice più profonda dei mali della città. Non c’è progresso economico e sociale senza il controllo e la sottomissione della rendita urbana. Un sistema di potere dominante sulle strutture e nelle sovrastrutture

Ci è capitato spesso di parlare della rendita urbana. Come si sa essa è alla base di tanti mali che affliggono il nostro Paese e la nostra città. E’ un meccanismo di guadagno perverso sotto tutti i punti di vista. Sottrae risorse agli investimenti produttivi per allocarli su terreni in attesa che essi diventino edificabili.

Le conseguenti valorizzazioni di questi terreni o anche immobili – per esempio i cambi di destinazione d’uso di manufatti da non abitativo ad abitativo – sono sempre dovute ad una decisione della mano pubblica tramite i Piani regolatori, le loro successive varianti o altre leggi e delibere. Il valore aggiunto non è dunque prodotto dal lavoro. Non c’è rischio d’impresa mentre il profitto è, per così dire, d’attesa. Ed è un profitto di solito non paragonabile a quello scaturente da un impiego produttivo. Non a caso infatti si chiama più correttamente speculazione.

Un esempio eclatante è quello della centralità di Romanina. Il proprietario compra l’area nel 1990 per 190 miliardi di vecchie lire sapendo come va il mondo anzi in quale direzione prima o poi andrà l’espansione della città e attende. Prima della speculazione fondiaria c’è sempre la “speculazione” dell’intelligenza o, meglio, della furbizia. Attende che quell’area destinata a servizi pubblici generali diventi edificabile per abitazioni.

L’attesa è lunga ma non vana e arriva con il nuovo PRG di Veltroni. Con il che l’area, stando alle stesse dichiarazioni del proprietario il costruttore Sergio Scarpellini, aumenta di valore di 5-6 volte.

Con la proposta di Corsini-Alemanno di densificarla aumentandone a favore del proprietario le cubature abitative e no, la valorizzazione si accresce a dismisura senza alcun rischio o investimento produttivo. In questi ultimi decenni la rendita urbana per affinità elettiva si è strettamente intrecciata con la rendita finanziaria. Le banche hanno fatto il loro ingresso trionfale nel campo urbanistico non più solo come supporters e prestatrici di denaro al costruttore ma come soggetti attivi in prima persona. Un grande sposalizio fra rendita finanziaria e urbana il cui anello nuziale è stato il fondo immobiliare.

Da qui alcune altre nefande conseguenze economiche e non solo economiche. Una produzione di case senza rapporto con la domanda effettiva. Costi altissimi delle abitazioni che hanno indotto tantissima gente ad indebitarsi con le medesime Banche attraverso mutui pesantissimi. Una grande idrovora finanziaria si è messa in funzione che, dopo aver succhiato denaro a tutto e a tutti, torna nelle casse rimpinguate delle medesime istituzioni finanziarie da cui era partita. Espulsione degli abitanti dai centri storici per l’alto prezzo delle abitazioni e degli affitti verso periferie sempre più lontane con appesantimento per il bilancio pubblico dei costi di urbanizzazione e infrastrutturazione trasportistica. Un disagio abitativo per le fasce popolari e del ceto medio basso sempre più accentuato che, a sua volta, viene preso a pretesto per rendere edificabili nuove aree agricole con la scusa del cosiddetto housing sociale.

La saldatura tra rendita urbana e finanziaria travolge il territorio che consuma abulicamente e sconvolge gli equilibri ecologici e ambientali con costi sociali che, di solito, non vengono mai considerati o computati nel calcolo economico. Alla fine di tutto ciò, poi, si creano quelle bolle finanziarie speculative che rovinano sull’economia reale, quella dell’impresa produttiva e del lavoro.

La rendita urbana speculativa è la radice primigenia dei mali di Roma. Uno sviluppo della città dominato, come è stato finora, dai giganteschi interessi speculativi ha ricadute negative su tutto il resto dello sviluppo sociale. Sulla cultura di cui contrae gli spazi strutturali e produttivi diffusi – vedesi il tentativo di cementificare perfino gli Studios di Cinecittà -, riducendoli ai grandi eventi; sulla valorizzazione del patrimonio archeologico che o distrugge, insieme al paesaggio, nella parte suburbana con l’espansione cementizia nell’agro romano o soffoca nel centro storico con una direzionalità pubblica e privata sovrabbondante; sull’efficienza della pubblica amministrazione costretta, sempre nel centro storico, in spazi obsoleti e troppi grandi non più consoni alle nuove tecnologie; sul turismo indirizzato sempre più verso la versione “mordi e fuggi” che ha trasformato il centro dell’urbe in una grande mensa a cielo aperto cancellando la bellezza di piazze e vicoli con tavolini, gazebo, bancarelle, ombrelloni, stufe a gas e quant’altro; sulla crescita economica sempre soggetta al mattone e alla pubblica amministrazione deprivandola di industria, ricerca e innovazione; sulla qualità dell’aria sempre più impregnata dallo smog e intronata dai decibel del rumore di una mobilità stressata dal traffico soffocante. In una parola è la modernizzazione della città che viene impedita dalla rendita urbana e finanziaria.

Ma se è così chiunque si proponga di conquistare il governo di questa città nel prossimo futuro deve avere idee e dire parole chiare su questo tema di fondo. Non è più consentito fare finta di nulla, aggirare il problema, il dire e non dire. In particolare non può sfuggire il problema chi intende rappresentare il fronte progressista come lo sfidante in pectore di Alemanno Nicola Zingaretti.

E’ un déjà vu sentire i soliti accenti kennedyani su cultura, socialità, green economy, sostenibilità, energie alternative, crescita economica, nuove tecnologie, ricerca e via blandendo senza ascoltare parole nette ed incisive sul problema della rendita urbana e dei poteri forti anche mediatici ad essa connessi, romani e nazionali.

Si guardi alla proprietà dei grandi giornali romani e si vedrà come i costruttori dominino anche l’informazione e per certi versi anche l’immaginario collettivo. E’ un sistema di potere quello che, originato e impiantato sulla rendita urbana speculativa, informa di sè, per dirla con Gramsci, le strutture e le sovrastrutture o i diversi gradi delle sovrastrutture della società cittadina. Perciò è innanzitutto contro di esso che si qualifica un’alternativa democratica e progressista di governo a Roma.

Il resto sono chiacchiere; che vorrebbero essere belle e seducenti, ma che sentite e risentite sono pavesianamente “parole stanche e vane come i costumi smessi delle feste di ieri”.
Il solito fumo che si libra leggero nell’aria mentre l’arrosto della rendita speculativa continuerà ad ingozzare i soliti noti e a svilire e impoverire la città.

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