Addio Raimondo, che barba, che noia senza di te…

Vianello uno tra i protagonisti assoluti della commedia all'italiana, maestro di grande humour
di Francesca Romana Antonini - 15 Aprile 2010

Raimondo Vianello è morto questa mattina intorno alle sette all’ospedale San Raffaele di Milano dove era ricoverato già da qualche giorno al settimo piano del nosocomio, nel reparto solventi. 
L’attore e  noto presentatore televisivo avrebbe compiuto 88 anni il 7 maggio.

Una scomparsa che lascia un vuoto enorme nel mondo dello spettacolo: prima nelle mitiche gag con Ugo Tognazzi, poi per decenni in coppia con la moglie Sandra Mondaini, il suo humor leggero ha contribuito a fondare, arricchendolo, il varietà televisivo. All’inizio sulle reti pubbliche, successivamente in casa Fininvest/Mediaset.

Non c’è personaggio nel mondo della politica, dello sport e dello spettacolo che non abbia lasciato un messaggio a questo grande artista. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che appresa la notizia, ha inviato un messaggio alla moglie, Sandra Mondaini in cui esprimeva la sua vicinanza ricordando il popolare attore.
Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno che ha affermato – “ha raccontato l’Italia”. Il senatore Mauro Cutrufo, vicesindaco di Roma – “Un altro grande romano che se ne va”. Walter Veltroni – “Umorismo intelligente e popolare”. Sostegno alla famiglia anche da parte di Fini e Schifani e applausi dalla Camera dei Deputati che lo ha ricordato come il “signore della televisione”.
Tanti personaggi dello sport e dello spettacolo che lo ripensano con grande stima.

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Romano di nascita, figlio di ammiraglio, cresciuto a Spalato, aderisce alla Repubblica di Salò, e per questo viene rinchiuso nel campo di prigionia di Coltano (dove c’erano, tra gli altri, anche Walter Chiari ed Enrico Maria Salerno). Finita la guerra, non sembra appassionarsi molto alle possibilità legate alla sua laurea in giurisprudenza. E coltiva già un umorismo quasi britannico, così sottile e sornione.
L’inizio della carriera d’attore è però abbastanza casuale: alto, biondo, allampanato, viene scelto per interpretare un soldato nella rivista Cantachiaro di Garinei e Giovannini. Un debutto in sordina, il suo, ma all’insegna di un marchio di grande qualità nell’ambito dell’intrattenimento, la premiata ditta G&G. E’ il 1950, lui ha 28 anni.

Da allora, praticamente, non si ferma più. Perché, subito dopo la sua prima volta sul palcoscenico, comincia a lavorare con partner blasonati: Carlo Dapporto, Macario, Gino Bramieri. E soprattutto Ugo Tognazzi, con cui comincia a fare coppia fissa, artisticamente parlando. E’ il primo dei due incontri decisivi, nella sua carriera. Ma il secondo, avvenuto nel 1959, è cruciale anche per la sua vita privata: conosce infatti Sandra Mondaini, la sposa, e comincia un sodalizio sentimentale e professionale che durerà una vita.
Ma torniamo a quegli effervescenti anni Cinquanta. Nel 1954 Vianello è il mattatore, insieme a Tognazzi, del divertentissimo show Un, due, tre. I loro sketch, spesso irriverenti nei confronti dei potenti, fanno discutere, oltre che ridere. E quando, nel ’59, arriva sul piccolo schermo la parodia del presidente Gronchi che scivola a una serata col collega francese De Gaulle, la censura non perde tempo, e il programma viene sospeso.

Negli anni Sessanta, però, le apparizioni televisive riprendono. Accanto alla moglie, che è attrice come lui; e che come lui è dotata di una verve comica che la rende una partner perfetta. Ovvero la premiata ditta Raimondo & Sandra, che tutti conoscono a amano. Sono loro due le star di Studio Uno, a metà del decennio; e poi, nei primi Settanta, di Sai che ti dico?, Tante scuse, e più avanti (nel ’77) Noi…no.
Pochi anni, e il fenomeno delle tv private, riunite in un network nazionale dall’imprenditore-costruttore Silvio Berlusconi, esplode. E dopo Mike Bongiorno, è Vianello uno dei primi divi a trasferirsi in casa del Biscione: lo ricordiamo, ad esempio, come conduttore del programma Il gioco dei Nove. E soprattutto nelle sit-com Casa Vianello e Cascina Vianello, che sulle reti Fininvest poi diventate Mediaset sono un appuntamento fisso. Ma le reti berlusconiane utilizzano il suo talento, la sua capacità di sdrammatizzare gli animi più accesi, anche nelle trasmissioni sportive, come Pressing.

La Rai, però, lo richiama quando è già un signore ben oltre la soglia del settant’anni. Nel 1998, infatti, conduce il Festival di Sanremo: elegante come sempre, distaccato quanto basta. Un signore inattuale, forse, in una tv che stava cambiando pelle, con l’avvento imminente dei reality e dei talent show. Ma il suo umorismo rimarrà per sempre un classico della comicità made in Italy, senza volgarità e senza esagerazioni.

E al di là della televisione, Vianello va ricordato anche per le sue non frequentissime interpretazioni su grande schermo. Due delle quali accanto a un genio della risata come Totò: una, da semi-esordiente, in Totò Sceicco; un’altra, da star della tv ormai affermata, in Totò Diabolicus (1962). Ed è un peccato che i registi di cinema non abbiano sfruttato di più le sue potenzialità.

 


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