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Ara Pacis? Sì, ma dove si entra?

La recinzione che circonda la struttura impedisce al pubblico di localizzarne l’ingresso

Roma sta diventando la città dei record. Turismo, economia, ricerca, solidarietà. Nel lungo ponte estivo Musei capitolini, Vittoriano, Ara Pacis, perfino gli spazi espositvi minori: tutti hanno raddoppiato i loro visitatori.  E’ vero, la Roma che si sprovincializza per assumere una “sua” dimensione internazionale sembra non soffrire più alcuna sudditanza nei confronti di Parigi, Londra o Berlino. Tuttavia, in questo nuovo “rinascimento culturale ed economico” sottolineato ogni volta dai portavoce dell’Amministrazione capitolina intenti a segnalare nuovi primati,  la cura, quasi esasperata, che si fa dell’immagine, ci appare un tantino esagerata. Soprattutto perché non sempre corrispondente al vero.


Prendiamo il caso dell’Ara Pacis.  Non crediamo che il disagio, il disorientamento e il disappunto dei suoi visitatori trovi facile riscontro nei musei o nei siti archeologici fuori dell’Italia. Qualche maligno dirà che è un primato pure  questo. Ma non riguarda il giudizio estetico sulla gigantesca teca inventata da Meier (al confronto la teca dei guerrieri di terracotta di Xian è qualcosa di orribile). Ci riferiamo alla accessibilità e alla fruibilità del monumento. Sotto questo profilo paesi del terzo mondo con siti archeologici (ne citiamo solo alcuni) come Leptis Magna, Efeso, Bagan, Borobodur, Prambanan, gli ultimi due con i lavori perennemente in corso causa i frequenti terremoti, mostrano senz’altro un maggiore rispetto verso il pubblico.


L’area museale dell’Ara Pacis, circondata in tutto il suo perimetro da bandoni in lamiera e altre recinzioni, si presenta come un enorme cantiere ancora aperto. Tra le teca e le recinzioni  sono visibili ovunque materiali di risulta, calcinacci, attrezzature edili. L’impatto visivo è pessimo, ma ciò sarebbe il meno se il pubblico fosse messo in grado di localizzare l’entrata. Non esiste un cartello, o una segnalazione qualsiasi (anche posticcia), che possa orientare il visitatore. O meglio, un cartello c’è ma è affisso su un bandone nel corridoio d’entrata (dalla parte di via Tomacelli). Cioè proprio dove non serve. E la gente, specie quella proveniente da Roma nord, dopo aver girato a vuoto per tutta l’area museale ed esaurito il proprio budget di imprecazioni (ne abbiamo sentite perfino in giapponese), raggiunta l’agognata meta,  può anche sentirsi dire che ormai è tardi e non si può più entrare. Il museo, infatti, chiude alle 19, ma l’ingresso a nuovi visitatori è vietato già dalle 18. Cosa normale per un’area archeologica come Pompei, Agrigento, od Ostia antica. Lo è per un monumento con le caratteristiche dell’Ara Pacis?


Non possiamo fare a meno, per concludere, di porci un altro paio di interrogativi. Perché non si aspetta che i lavori siano definitivamente ultimati prima di aprire una zona monumentale al pubblico? E’ accaduto già in passato che per un’opera siano avvenute più inaugurazioni (ufficiose, semiufficiali, ufficiali, solenni) ad opera di uomini politici diversi. Che si voglia ripristinare il sistema delle inaugurazioni multiple?


Sull’Ara Pacis si sa tutto, o quasi. Le fonti epigrafiche e letterarie sono abbastanza precise. Dalla biografia ufficiale dell’imperatore, la Res gestae Divi Augusti, è scritto che il Senato autorizzò l’erezione di un altare nel Campo Marzio per festeggiare la pace, oltre al ritorno di Augusto dalle campagne di Spagna e Gallia. I lavori cominciarono il 4 luglio del 13 a.c. La “dedicatio”, cioè l’inaugurazione, fu celebrata il 30 gennaio del 9 a.c. ad opera completata, non prima. Basterebbe prendere l’esempio dai romani, quelli antichi.


Ma adesso avanti con la “Notte bianca”. La caccia all’ennesimo record è già cominciata.

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