

Terzo appuntamento all’Auditorium Parco della Musica con l’artista del Decimo municipio
Dopo “Giufà. Una vita da scemo” del 28 settembre, e “Il tempo del lavoro” del 27 ottobre, terzo appuntamento della serie “Carta bianca ad Ascanio Celestini” all’Auditorium Parco della Musica di viale Pietro De Coubertin a Roma. Nella previgilia di Natale del 23 dicembre scorso, l’attore-narratore, avvezzo nel tenere viva la fiamma del ricordo, ha portato in scena “Vita, morte e miracoli. Un racconto grottesco sui vivi e sui morti”.
Una vedova, Mariona, nel contesto della Seconda Guerra Mondiale, dopo avere avuto in visione Santa Lucia, va via da Roma con i suoi tre figli per andare a vivere nel camposanto di un piccolo paese, San Giacomo. Qui, compratasi una tomba, diventa un oracolo e insegna ai vivi come salvarsi dalla morte. Riceve la visita della gente del paese e in cambio di una minestra racconta vita, morte e miracoli di tutti i soldati che stavano in guerra, dicendo ai loro cari se tornavano o no e in quali condizioni. Ma il 23 dicembre del 1943 gli americani bombardano il paesino e il suo camposanto.
Anche questo racconto fantastico si muove in un contenitore di eventi storici realmente accaduti. Frutto del solito paziente lavoro di ricerche ed interviste da parte di Ascanio, “Vita, morte e miracoli” è uno dei primi spettacoli da lui portato in scena. L’ambientazione temporale non è casuale perché va dal primo novembre al sei gennaio, il periodo nel quale i morti tornano in visita ai vivi. In quell’anno poi, Roma era una città dominata dai nazi-fascisti.
Non mancano nemmeno in questa sua terza performance all’Auditorium, pillole di saggezza e spunti di critica riflessione. La guerra è un guadagnare continuo, soldi che girano. E l’Italia che nel 1939 si allea alla Germania senza però entrare in guerra, è come se avesse fatto un investimento, come se avesse messo i soldi in banca, nella banca tedesca, che era una specie di banca europea. Nella stessa ottica dell’investimento sicuro è stata l’alleanza con gli alleati nel 1943. Si è trattato di un semplice cambio: dalla banca europea alla banca mondiale.
Argutamente fa bene Ascanio a rimarcare un tema primario di ogni conflitto bellico: la mancanza di cibo. Un argomento dimenticato per i paesi capitalistici dove si vive in uno stato di abbondanza e di apparente benessere. La sovralimentazione, per di più di scarsa qualità, ha portato solo diabete e un maggior livello di colesterolo. Quello invece, era un mondo di morti di fame, e Mariona la fame l’ha vissuta. Ed eccola, allora, rubare addirittura un maiale, oppure accettare un piatto di minestra nera in cambio delle sue predizioni.
Ma si sa, ogni guerra trasforma la vita in un inferno. E il vero inferno sta quaggiù, non nell’aldilà. Infatti, il marito di Mariona ha scelto di andare all’inferno invece che in paradiso. Il paradiso è una noia mortale e di questo ne è consapevole anche Dio che dopo aver creato l’uomo, gli affiancò tutti gli altri animali incaricando l’uomo stesso di dare loro un nome. E l’uomo chiamò il cane “cane”, il maiale “cane” e così anche gli altri, senza distinzioni. Dio si arrabbiò e allora creò un essere più intelligente dell’uomo: la donna. Però il Signore capì questo sciocco comportamento: quando non conosce le cose, l’uomo non vede differenze; per lui sono tutte uguali e a tutte dà lo stesso nome.
Quanta saggezza popolare emana quel suo parlare continuo, veloce e armonioso. Nel suo ultimo appuntamento all’Auditorium, in programma il primo febbraio, Ascanio Celestini sarà affiancato da un grande jazzista, Paolo Fresu, e ci racconterà, alla sua maniera, anche delle fiabe vere, forse Cappuccetto Rosso.
Nel frattempo se ne va e per non smentirsi anche nel congedo regala cibo per le nostre menti: «Visto che manca poco a Natale, voglio fare gli auguri di Buon Anno, nel senso che Natale è solo un giorno, l’anno invece è lungo». E finché campo tutto il mondo è paro.
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