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Assenteismo al Comune, tanto rumore per nulla

Un falso problema che non c’entra niente con la disfunzione dei servizi

Lo diciamo subito. Non siamo tra quelli che fanno discendere tutti i mali della pubblica amministrazione dal fenomeno dell’assenteismo. Mentre la stampa cittadina prosegue nella sua dura offensiva contro gli impiegati capitolini sciorinando dati e cifre (contestati più o meno giustamente dai sindacati) ci chiediamo se basteranno le solite riunioni, i convegni o i tavoli mirati ad indicare le contromisure giuste. Noi crediamo di no se, come sempre, ci si arresterà alla lettura dell’assenteismo “tout court”. Forti della convinzione che il dipendente “motivato” si assenta dal lavoro solo in caso di reale impossibilità la domanda non può essere che questa: in che misura l’Amministrazione comunale è capace di motivare i suoi dipendenti?

L’istituzione delle “posizioni organizzative” (riservata ai quadri), per esempio, è servita a dare delle motivazioni in più a chi già ne aveva, lasciando agli altri la sensazione di aver subìto l’ennesimo torto e allungando il gap (anche a livello remunerativo) tra i dipendenti bravi, certificati dall’Amministrazione, e quelli “meno” bravi ancora alla ricerca di una gratificazione professionale.

Intanto, contro ogni tentativo di demonizzazione, occorre precisare che la percentuale di assenteismo rilevata negli uffici del Comune di Roma (ci fidiamo dei sindacati) è più o meno pari a quella ritenuta “fisiologica” negli altri enti, sia pubblici che privati. Esclusi i malati “veri” le categorie degli assenteisti, almeno negli enti pubblici, risultano abbastanza omogenee. Si tratta di dipendenti che, a dispetto della loro professionalità, non hanno un ruolo definito, sono male utilizzati o sottoutilizzati, si assumerebbero volentieri una responsabilità (magari più volte rivendicata), ma tuttavia non vengono coinvolti nei processi lavorativi di una struttura che, causa la loro marginalità, non sentono come propria. Oppure di dipendenti che non un hanno ruolo e non gliene frega di averne. O ancora di quella schiera di dipendenti fannulloni loro malgrado (che persino qualche ministro vorrebbe punire!) che non fanno nulla perché nell’ufficio inutile in cui lavorano (creato per qualcun altro) non c’è proprio niente da fare. O, da ultimo, di quella sparuta minoranza (che però esiste) di incapaci o di fannulloni per vocazione.

Va da sè che, data la posizione che occupano, l’assenza dal servizio di questi lavoratori non incide che in misura risibile sull’attività dei loro uffici. Nessuno ci impedisce di pensare, comunque, che tranne gli incapaci e i fannulloni “strutturali”, in un sistema diversamente organizzato e maggiormente attento a sfruttarne le potenzialità tutti i lavoratori assenteisti (perdonate l’ossimoro) sono recuperabili.

Tutti si sono fin qui occupati, sbracciandosi più o meno a sproposito, dell’assenteismo certo, documentato, quello che fa statistica. Ma per una visone del fenomeno a 360 gradi dovremmo spingere l’indagine più oltre. Negli anni novanta, l’abolizione del foglio firma delle presenze in favore della timbratura tramite badge personale, ha introdotto anche nel Comune di Roma una nuova forma di assenteismo: quello della presenza-assenza. Una forma moderna e spregiudicata (quella che talvolta costituisce reato), non visibile, che sfugge a ogni rilevazione, abbastanza diffusa e altrettanto tollerata e che si esprime con modalità diverse. L’interessato si assume la responsabilità in prima persona (toccata e fuga) o si avvale della complicità di terzi. Sotto il profilo etico è un indicatore molto preoccupante del livello di degrado della nostra società (che dire allora dei “pianisti” parlamentari?), ma sul piano pratico essa è scarsamente rilevante perché, normalmente, chi trucca il gioco appartiene alla categoria di lavoratori che, presenti o no, nessuno cercherà mai. Certo, chi non può fare il furbo e risulta ancora una volta penalizzato è l’addetto allo sportello, l’unico in grado di esibire, alla fine della giornata, i frutti tangibili del suo lavoro.

Fenomeno dunque da ridimensionare l’assenteismo? A livello dei presunti danni che arrecherebbe, sicuramente sì.

Ritenuta difficilmente praticabile la via (antipatica) dei “controlli”, situati all’interno di un sistema di garanzie che per il lavoratore pubblico rasenta l’immunità, posto che l’assenteismo rappresenti davvero un problema per il funzionamento degli uffici, cosa dovrebbe fare l’Amministrazione comunale? Azzardiamo qualche suggerimento.

Avviare, per cominciare, una più razionale e intelligente redistribuzione del personale attraverso la seria rimodulazione di una pianta organica fondata sui “reali” fabbisogni degli uffici, abolendo quelli inutili dove il danno provocato dall’assenteismo è nullo e rende poco significativa ogni statistica; eliminare l’abuso del ricorso a professionalità esterne come consulenti, alte specializzazioni, dirigenti (troppi, questi ultimi, e alcuni con una visione non corretta delle logiche di governo da applicare in una pubblica amministrazione); coinvolgere “tutto” il personale nei processi lavorativi della struttura d’appartenenza, senza esclusioni aprioristiche, considerandolo insieme di “persone” prima ancora che di “risorse” (un recupero di Kant, insomma, in una società che ha rovesciato il suo pensiero annullando l’uomo come fine ed esaltandolo come mezzo, declassandolo da persona a “risorsa” per raggiungere obiettivi o profitti).

Se poi gli organi politici limitassero la cooptazione del personale capitolino nelle loro segreterie allo stretto necessario, pensiamo che ciò sarebbe letto quale ulteriore segnale positivo da tutto il personale (assenteista e non). Oggi come oggi sindaco, assessori, gruppi consiliari, commissioni, presidenti dei municipi, difensore civico, ecc. (non vogliamo dare numeri per non spaventare nessuno) dispongono, senza essere in guerra, di un vero e proprio esercito di impiegati interamente sottratti ai loro compiti d’istituto.

Anche ipotizzando una percentuale di assenteismo superiore a quella “fisiologica” non si possono giustificare disservizi o cattivi funzionamenti degli uffici con 28 mila persone in organico (che bastano e avanzano, altro che carenza di personale!). E gli episodi registrati di recente nei municipi, bisogna pur dirlo, sono dipesi esclusivamente da una totale mancanza di programmazione, che si dimostra invece perfetta, ad esempio, quando si tratta di mettere in campo gli eventi per l’estate romana. Dopotutto, non è una novità per il Comune di Roma che problemi come quelli derivanti dall’entrata della Romania nella Ue, ampiamente prevedibili anche da un’Amministrazione poco accorta, vengano gestiti in emergenza. Stavolta ricorrendo al “prestito” temporaneo (con relativo ingaggio) di impiegati provenienti dagli uffici dipartimentali.

Per concludere vogliamo ribadire che l’assenteismo, rispetto a certe croniche disfunzioni dell’amministrazione comunale, non c’entra proprio nulla. C’entrano semmai una irrazionale distribuzione del personale, la scarsa valorizzazione di molte professionalità interne (ahi, le promesse di Veltroni!), una non sempre adeguata organizzazione degli uffici, la mancanza di programmazione di fronte a eventi prevedibili…. Ci fermiano qui.

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