

Ed un merlo bianco vive a poche centinaia di metri dal Cea di via Olcese
A due passi dal Centro di Educazione Ambientale di via Olcese abita, da circa due anni, un merlo maschio dal piumaggio anomalo individuabile per le numerose macchie bianche asimmetriche sul manto nero lucente. A volte, affacciandosi dalle finestre della biblioteca G. Rodari, lo si può scorgere che saltella sul prato nella stagione calda in cerca di piccoli organismi o curiosa tra i rami in inverno; insieme a merli dal piumaggio uniforme e altri uccelli come cornacchie, storni e piccoli passeriformi sfrutta le agevolazioni del vivere in città e rende il giardino ricco di suoni e colori.
Il merlo (Turdus merula), è inconfondibile quando la coda si alza e si apre e le ali si abbassano appena si posa sul terreno, quando in primavera va alla ricerca di insetti o lombrichi correndo e saltellando rapidamente alternando brevi soste. Inconfondibile è anche il suo canto, che passa da uno stridente chiacchierio simile ad un “dik-dik-dik” alzandosi in volo, a flautati gorgheggi emessi dall’alto dei rami degli alberi. Nei giardini e nei parchi urbani, la sua figura impettita fa mostra di se avvicinandosi a incuriositi osservatori, avendo ormai perso la naturale e astuta diffidenza. Dall’occhio guardingo, cerchiato di giallo vivo nel maschio e dal piumaggio lucido, folto ma soprattutto scuro, è il più diffuso pennuto della nostra penisola dopo il passero.
Questo è il merlo che regala un’armoniosa compagnia nei ritagli verdi delle nostre città.
Sebbene il colore scuro del suo manto di piume rappresenti la caratteristica forse più evidente, esistono esemplari molto lontani da questa raffigurazione; si tratta degli individui affetti da aberrazioni cromatiche come i rari albini in cui il becco, l’iride e le zampe color rosa completano il bianco piumaggio o i più frequenti albini parziali, caratterizzati da macchie bianche sul piumaggio normalmente colorato. Questi esemplari dalla pigmentazione anomala risalgono ad epoche remote; da Aristotele in poi infatti, sono numerosi i naturalisti che ne hanno documentato l’esistenza. Anche se raro come fenotipo, tanto da meritare il famoso detto francese “c’est un merle blanc” che equivale al nostro “è una mosca bianca”, esiste una celebre leggenda secondo cui questo uccello nacque bianco per poi divenire nero. Si narra che i merli erano bianchi quando il mese di Gennaio aveva ventotto giorni; una famigliola di merli, padre, madre e tre figli, abitava una grande quercia quando la madre si mise a sbeffeggiare Gennaio che giungeva al termine, dicendogli che era felice finesse così che non li avrebbe più torturati per il freddo. A quel punto Gennaio rubò tre giorni a Febbraio lasciandogliene ventotto e tramutò i sui ultimi giorni in un insopportabile inverno ghiacciato. Mamma merla, colpita dal gelo, trovò riparo al caldo del fumo che fuoriusciva da un camino che colorò di nero le penne di tutta la famiglia. Da allora, si dice, i merli sono neri come la pece e gli ultimi giorni di Gennaio sono noti come “i giorni della merla”.
Nella realtà il merlo deve la sua colorazione ad alcune sostanze che si depositano nella struttura delle penne durante l’accrescimento, le melanine. A causa di mutazioni genetiche queste ultime possono essere sintetizzate in eccesso (melanismo, eritrismo) o in difetto (isabellismo, leucismo, albinismo) e determinare un’anomalia nel piumaggio. Non di rado queste mutazioni cromosomiche causano anche un’anomalia metabolica che rende gli animali portatori di svariati deficit pregiudicandone la normale sopravvivenza; dato questo, che emerge dalle esperienze dei centri di recupero dell’avifauna, da cui risulta che individui albini o parzialmente albini siano più deboli dei conspecifici dal piumaggio normale. Inoltre, negli ambienti naturali la pigmentazione anomala è selezionata negativamente, a causa della difficoltà di mimetizzazione che ne deriva e per la sensibilità alla luce del sole.
Nelle città invece, data la scarsità di predatori e la maggior presenza di anfratti, è maggiore la possibilità di permanenza in vita. Ecco perché negli ambienti urbani gli uccelli affetti da aberrazioni cromatiche riescono a trovare habitat idonei dove abitare e nidificare, sfruttando i vantaggi che luoghi così lontani e diversi da quelli naturali di origine possono offrire.
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