

Dalla nostra rubrica curata dall'associazione Psicologia in Movimento
La rivoluzione pubblicitaria ha cambiato la faccia della nostra società, ridisegnando i rapporti umani in nome di una perdita di autonomia e di libertà di scelta. Strano mondo quello della pubblicità, che da un lato induce bisogni inesistenti e dall’altro cerca di piacere al maggior numero di persone, producendo, nella società in cui viene trasmessa, un conformismo culturale e morale. Spazzando via ogni singolo problema etico, con un semplice movimento del pollice, ci autocloniamo, divenendo tanti piccoli Leonard Zelig (protagonista di un famoso film di Woody Allen), pronti a cogliere, con la nostra nevrotica insicurezza, i rapidi cambiamenti della società, costringendoci a imitare, mentalmente e fisicamente i modelli televisivi o i modelli dei modelli televisivi.
L’educazione spartana del cittadino-soldato, armato di iper-realtà e di inautenticità, inizia dalla primissima infanzia. Il bambino, sano o malato, è gettato dalla rupe mediatica e fatto precipitare nella caverna di Platone (per i più attenti, che mi rimprovereranno l’anacronistico paragone, propongo l’immagine di uomini posti di fronte a uno schermo al plasma che proietta codici a barre), ove le ombre vengono confuse con la realtà, le merendine scambiate con affetti e l’automobile paragonata a una donna.
E allora contro lo sporco più duro e gli inestetismi della pelle, è sufficiente sintonizzarsi sul giusto canale nell’adeguata trasmissione televisiva per vedere soddisfatti il bisogno di certezze e il bisogno di una ritualità, che smette di essere mezzo per divenire fine a se stessa, avvalorando comportamenti totalizzanti volti alla ricerca di un dio, dell’assoluto o di una qualsivoglia trascendenza.
Se poi l’industria mediatica non riuscisse a soddisfare esplicitamente tutti, non dovrebbe far altro che proporre un messaggio vago e ambiguo.
La popolarità di un prodotto dipende da quante più possibilità di lettura lo stesso è in grado di offrire. Uno studio sociologico, condotto da Fiske, ha dimostrato come la famosa telenovela “Dallas”, trasmessa in diversi paesi del mondo, sia stata interpretata in modo differente dai vari gruppi sociali, fruitori del prodotto.
Insomma, “Si possono fare scoperte tanto preziose nei pensieri di Pascal quanto nella pubblicità di un sapone” (Marcel Proust).
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