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Consegnato il piano di rientro dal debito del Comune di Roma

Il debito totale ammonta a 8 miliardi e 646 milioni, composto da 6 miliardi e 980 milioni di debito strutturale e da un miliardo e 816 milioni del cosiddetto extradebito

Il piano di rientro del Comune di Roma è stato consegnato. il 30 settembre mattina gli uffici commissariali lo hanno recapitato alla Presidenza del Consiglio. Con ogni probabilità il piano sarà all’ordine del giorno già della prossima seduta del Consiglio dei Ministri in programma per venerdì 3 ottobre. Intanto i tre subcommissari, il viceprefetto Claudio Palomba, il presidente di sezione della Corte dei Conti Domenico Oriani e il dirigente della Ragioneria generale dello Stato Vito Tatò, hanno esposto la ricognizione, già illustrata al Consiglio comunale, agli esperti del Ministero del Tesoro.

Secondo l’assessore al Bilancio Ezio Castiglione, il piano di rientro, verificato dalle tre società di revisione Kpmg, Deloitte e PriceWaterhouse, si basa su una fotografia dei conti del Comune scattata il 28 aprile 2008. E da questa fotografia risulta che il debito totale del Comune ammonta a 8 miliardi e 646 milioni di euro, composto da 6 miliardi e 980 milioni di debito strutturale e da un miliardo e 816 milioni del cosiddetto extra debito.

Il piano di rientro, 57 pagine divise in due sezioni, prevede un recupero di 200 milioni di euro l’anno. Gli strumenti che si intende usare sono tre. Il primo è lo stop al piano di assunzioni (il Comune ha 27mila dipendenti ai quali si aggiungono i 34mila delle aziende partecipate) e il rallentamento del turn-over. Il secondo provvedimento è quello della semplificazione della Holding Comune di Roma che attualmente conta 81 società. Le aziende dovrebbero essere «dimezzate». Si partirà dai trasporti con l’accorpamento di Met.Ro e Trambus e uno snellimento di Atac che diventerà un’agenzia «leggera». L’Ama dovrebbe assorbire le aziende satelliti. Farmacap potrebbe essere trasformata in Spa. Le Assicurazioni di Roma e altre aziende saranno “dismesse”, quindi privatizzate. Esclusa da tutto, per il momento, l’Acea che è la società che ha la situazione migliore. Il terzo provvedimento riguarderà l’efficientamento del recupero delle fiscalità. Prima tra tutti la Ta.Ri. Ma anche l’ottimizzazione degli acquisti: «una sorta di Consip comunale» e gli introiti che arrivano da pubblicità è affissioni. Nel piano è previsto anche «l’aumento dell’Ici per la seconda e terza casa, soprattutto se non affittate».

Poiché si sono scatenate polemiche tra maggioranza e opposizione sull’entità del debito, per esigenza di chiarezza riteniamo utile riportare quanto dichiarato a Il Messaggero da uno dei tre subcommissari, Domenico Oriani, in un’intervista apparsa sul quotidiano il 1 ottobre 2008.

«Noi non tifiamo per il sindaco. Lui ci ha nominato ma noi siamo espressione delle istituzioni e ci tengo a sottolineare che abbiamo pensato solo a fare la fotografia dei conti del Comune di Roma. Non facciamo il tifo per nessuno».
Sono le parole con le quali lunedì pomeriggio Domenico Oriani, uno dei tre subcommissari che insieme ad Alemanno ha realizzato la ricognizione della situazione economico-finanziaria del Campidoglio, è intervenuto alla conferenza stampa sul piano di rientro del debito presentato al Consiglio comunale per cercare di sedare le polemiche. Oriani ha 72 anni, è presidente di una sezione della Corte dei Conti nonché, su nomina del governo Prodi, presidente della Agea (Agenzia per le erogazioni in agricoltura).
Presidente Oriani, ma allora questo extradebito c’è o non c’è?
«C’è. E, come abbiamo sottoscritto, ammonta a un miliardo e 816 milioni di euro. Noi abbiamo fatto una fotografia al 28 aprile del 2008. Ad esempio non abbiamo considerato le spese per gli impegni presi e questa scelta, ad esempio, poteva anche non piacere la sindaco. Ma noi abbiamo pensato fosse la migliore. D’altronde nella nostra veste non possiamo pensare di fare il controcanto al sindaco».
Ok, ma quali sono le voci che compongono quel miliardo e 816 milioni di euro?
«Sono i soldi necessari per le ricapitalizzazioni stabilite, per i contenziosi e per i crediti vantati dalle aziende partecipate».
Ecco partiamo da quest’ultima voce: come è possibile che le aziende avessero dei debiti che nel bilancio del Comune non risultano?
«E’ una questione di inefficienza dell’apparato amministrativo. Le faccio un esempio. C’è un grande evento come la morte del Papa. Il Comune telefona (la chiamano determina telefonica) all’Ama e chiede degli interventi straordinari. L’Ama li fa e poi ovviamente li contabilizza. Così l’Ama pretende dei soldi e al Comune risulta di dover pagare molto meno. E questo vale per tante altre aziende. Un’amministrazione efficiente immediatamente fa il riscontro e fa la nota nelle scritture contabili. Ma purtroppo quasi tutti gli enti locali fanno così e sottovalutano il debito. Noi, nei nostri due mesi di lavoro, abbiamo provato a mettere Comune e Ama seduti allo stesso tavolo per trovare una conciliazione. Ma visto che non ci siamo riusciti, abbiamo scelto la linea più realistica e prudente e quindi abbiamo deciso di calcolare sempre le spese richieste dalle aziende».
E i contenziosi?
«Anche lì abbiamo chiesto una relazione all’avvocatura comunale su tutti i contenziosi superiori ai 50.000 euro. L’avvocatura ci ha detto che su circa 70.000 contenziosi (alcuni presumibilmente con esito positivo e molti altri con esito negativo) il saldo potenziale è negativo per 700 milioni di euro. Anche qui, se gli amministratori agissero per il bene della città, come farebbe un buon padre di famiglia, dove prevedono di perdere dovrebbere proporre delle transazioni per pagare meno. Invece, nel tempo, ognuno ha pensato ad utilizzare i soldi per altro e a lasciare le sentenze di pagamento ai posteri».
Il centrosinistra ieri, però, ha detto che l’extradebito non è strutturale.
«Ho sentito e letto. Però mi sembra che non si sia parlato per la città ma per il partito. Con una logica di appartenenza politica e non per il bene di Roma».
Secondo lei qual è, quindi, la situazione dei conti della Capitale?
«Come è stato detto, è grave ma non devastante. Se si fanno dei sacrifici, come la graduale riduzione dell’organico, si può riportare i conti in una situazione decente, non direi più efficiente».

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