

Tra sondaggi oscillanti e spaccature sulla geopolitica, la trincea dei primi cittadini tenta lo strappo per scongiurare una resa dei conti che rischia di polverizzare il campo progressista
Mentre le diplomazie di partito continuano a misurare la febbre dell’elettorato mediante rilevazioni spesso divergenti e l’ostacolo delle forniture militari all’Ucraina continua a fare da spartiacque identitario tra il Nazareno e Campo Marzio, l’ala pragmatica dell’alleanza prova a disinnescare la bomba ad orologeria delle primarie.
È la rete informale dei primi cittadini, un vero e proprio “sindacato dei territori” convinto che costringere la coalizione ad un duello all’ultimo voto gazebaro non rappresenti una prova di forza democratica, ma l’anticamera di un’incurabile spaccatura interna.
Il teatro delle manovre è stato il Palazzo Senatorio in Campidoglio. L’occasione, fornita dalla presentazione della nuova pubblicazione di Italiani europei incentrata sulla governance urbana, si è trasformata in un tavolo strategico a porte chiuse sotto la regia di Massimo D’Alema.
Se l’ex presidente del Consiglio si è affrettato a ridimensionare le speculazioni giornalistiche su un’eventuale lista d’area o su una sponda a Giuseppe Conte, il messaggio di fondo emerso dal vertice è apparso perentorio: buttarsi a capofitto nella tenzone delle primarie privi di una visione d’insieme e di un programma strutturato equivale ad un suicidio politico.
I referenti delle principali metropoli italiane hanno espresso forte perplessità rispetto alla logica dei blocchi contrapposti:
Gaetano Manfredi (Napoli): L’artefice dell’intesa organica all’ombra del Vesuvio ha scandito con nettezza la propria linea, confidando nella possibilità di evitare la conta. Allontanando l’ipotesi di correre ai gazebo o di assumere il ruolo di federatore della coalizione, il primo cittadino partenopeo teme le scosse di assestamento di uno scontro fratricida.
Beppe Sala (Milano): Pur confermando la fedeltà all’area dem nell’ipotesi in cui le urne di coalizione diventassero inevitabili, la guida del capoluogo lombardo ha invitato a sgomberare il campo da fondamentalismi sulle primarie. Tra le opzioni di mediazione unitaria ha tratteggiato figure di alto profilo istituzionale come lo stesso Manfredi, Roberto Gualtieri o Ilaria Salis.
Matteo Lepore (Bologna) e Vittoria Ferdinandi (Perugia): Dal capoluogo emiliano arriva l’auspicio di convergere su una leadership condivisa prima di chiamare gli elettori ai gazebo. Ancora più critica la sindaca perugina, che ha censurato la fretta sui nomi definendola un tranello concettuale che rischia di mettere in secondo piano il patto programmatico.
Il blocco degli amministratori: A fare eco all’esigenza di unità si sono uniti i vertici di diverse amministrazioni comunali — tra cui Roberto Gualtieri per Roma, Massimo Zedda per Cagliari, Sara Funaro per Firenze e Vito Leccese per Bari —, tutti orientati a preservare la tenuta degli equilibri locali dalle scosse della politica romana.
Incassata la cortesia istituzionale di D’Alema in Campidoglio, la segretaria del PD Elly Schlein non intende tuttavia frenare i preparativi organizzativi, sostenuta dal gruppo dirigente interno e forte della convinzione di poter conquistare il primato.
Sul versante opposto, le aperture del M5s ad una personalità terza — ventilate da Stefano Patuanelli — rimangono vincolate alla disponibilità del PD di fare un passo di lato.
A complicare il quadro intervengono i nodi dell’agenda parlamentare e le imminenti tappe congressuali ed elettorali, con lo slittamento alla terza decade di ottobre dell’evento di Montepulciano organizzato dalle correnti riformiste per evitare sovrapposizioni con altre rassegne politiche.
Un rinvio che dilata i tempi e lascia la coalizione sospesa tra il rischio di un’escalation e la ricerca di un difficile compromesso unitario.
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