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“E mo’ comme na vota”: poesia e canzoni napoletane

Uno straordinario spettacolo ideato da Achille Serrao e Paula Gallardo

Nello splendido naturale palcoscenico della periferia romana in piazza dell’Acquedotto Alessandrino, con il patrocinio e la collaborazione delle autorità municipali e comunali, il 26 maggio si è rinovato, con presenza nutrita di pubblico e grande successo, la rappresentazione di E mo’ comme na vota, uno spettacolo proposto in anteprima nazionale presso il Teatro delle Muse il 15 maggio e replicato il 21 alla Biblioteca “E. Flaiano”.

E mo’ comme na vota verrà replicato in vari locali di Roma, di Napoli, di Fiuggi e di Chieti nei mesi di giugno e luglio. È in progetto il trasferimento delle sue rappresentazioni negli Stati Uniti, con il patrocinio e l’assistenza delle autorità diplomatiche italiane.
Ideato e curato dal poeta Achille Serrao e dal M° Paula Gallardo, il recital propone alcuni momenti fondamentali della storia della canzone e della poesia napoletana, dalle origini (1200) al recente Novecento, con particolare riguardo per il periodo barocco secentesco e per l’Ottocento.
Gli artisti impegnati nella performance sono (ciascuno dotato di pregevolissime qualità professionali): Nicoletta Chiaromonte, cantante e chitarrista, il Coro “Accordi e note” del Centro culturale Lepetit di Roma diretto da Paula Gallardo, Andrea Allocca, chitarrista, e Achille Serrao in inconsueta, ma quanto efficace, veste di cantante e attore.

È Serrao a condurre le serate proponendo riflessioni, curiosità, notazioni storiche intorno agli autori o ai testi delle canzoni, letture interpretative di poesie dal Seicento all’Ottocento (di Giulio Cesare Cortese, Filippo Sgruttendio da Scafati, Nicola Capasso, Marco D’Arienzo e Salvatore Di Giacomo) tutti momenti di un singolare racconto che raccordano i vari passaggi melodici.
Forte è la presa sul pubblico che la “voce” di Serrao esercita: è un porgere, il suo, flessuoso e affascinante che più volte sollecita l’applauso dei presenti.

Di non minore impatto il canto di Nicoletta Chiaromonte che interpreta, in apertura, in modo schiettamente popolare, “Jesce sole”, preparando le atmosfere tenere e crude, dolci e disperate insieme in cui da sempre è immersa la gente di Napoli e che permeano le sue suadentissime invenzioni canore.
In “Jesce sole”, sottolinea Serrao in uno dei suoi interventi, molti studiosi individuano non solo l’avvio della creatività musicale del popolo napoletano, ma addirittura il primo documento, e dunque la nascita, dello stesso dialetto.

Il progetto melodico in cartello include: dal “Canto delle lavandaie del Vomeno” duecentesco a “Michelemmà”, a “Che bella vocca” e “Canzone dei soldati” di Roberto De Simone, brani che si rivelano adattissimi all’impiego corale appartendendo alcuni per nascita (come “Michelemmà”), altri (come “Che bella vocca” e “Canzone dei soldati”) per adeguamento stilistico e compositivo del loro autore, al periodo delle “villanelle” polifoniche.

Particolarmente efficace e di intensa partecipazione, si manifesta la direzione del Coro da parte del M° Paula Gallardo, argentina, compositrice che ha al suo attivo esperienze musicali di rilievo e un curriculum professionale di tutto rispetto. Sono della stessa Gallardo, peraltro, tutti gli arrangiamenti delle canzoni in programma. La compagine corale si rivela compatta nelle esecuzioni, confermando qualità alte già espresse nei numerosi incontri, anche internazionali, cui ha preso parte (il più recente quello di Barcellona in Spagna nel 2006).

Il passaggio settecentesco alla canzone a voce sola è rappresentato dalla serenata “Fenesta vascia”, primo esempio di monodia, cantata, con il pregevole supporto strumentale di Andrea Allocca, da Serrao che rivela anche eccellenti doti canore. Il seguito dello spettacolo pertiene alla fine dell’Ottocento, il secolo in cui si registra un fiorire di arie partenopee ineguagliato nella cultura musicale europea e probabilmente mondiale.
Vi domina, come si sa, la figura di studioso e l’inventiva di Salvatore Di Giacomo, grazie al quale la canzone “si eleva per virtù del suo ingegno a opera originalissima di poesia” (B. Croce). Di costui nel recital sono previste: “Napulitanata”, “Era de Maggio” e “Spingule frangese”, nate dal sodalizio con il compositore Pasquale Mario Costa.

I curatori del concerto non hanno dimenticato Ferdinando Russo, l’antagonista di Di Giacomo, che con “Scètate” sembra mutare, per così dire, i panni della propria dominante inclinazione realistica abbandonandosi alla effusione lirica di una dolcissima serenata qual è il suo testo. “Scètate” è “combinata” in un potpourrì “coinvolgente” arrangiato per il coro da Paula Gallardo, con “Voce ‘e notte” di Edoardo Nicolardi, autore ingiustamente dimenticato di dolenti e “ironiche” poesie, e “’O Marenariello” di Salvatore Gambardella, il mandolinista che suonava “cu ‘e rrecchie” e che si era sempre, strenuamente rifiutato di imparare la musica.

È facile intuire quanto importante sia stata la canzone per la conoscenza e la diffusione della poesia napoletana oltre i confini municipali e nazionali.
Molti autori devono soprattutto ai versi per musica la riconoscibilità e l’apprezzamento del proprio lavoro. Ma spesso si fa fatica ad assegnare poesie musicate all’ambito della canzonetta, ritenuto “minore”, anziché a quello della produzione poetica tout court.
È il caso di Ernesto Murolo, ma anche di Vincenzo Russo e Libero Bovio, presenti nello spettacolo con brani di eccellenza: Russo con “ I’ te vurrìa vasà” e Bovio con “Reginella”, affidata alla contralto Chiaromonte che la interpreta da par suo.

Dopo l’inedito “Ducezza cimmarella”, un testo di Serrao musicato dalla Gallardo e composto come lied per tenore e pianoforte (Angelo Cilli è l’esecutore del brano), la rassegna si conclude con “Napul’è” di Pino Daniele, egregio rappresentante – e a buon diritto – di una recente fase di inventività musicale che potrebbe comprendere, tanto per citare, i nomi di Gragnaniello, D’Angelo, Bruni, R. Murolo, D’Episcopo e Esposito.

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