

Pino Battaglia: ho fiducia nelle nuove generazioni
Riguardo al tema della sicurezza, i giovani sono più vittime o più responsabili?
«Di fronte ad ogni insicurezza, gli adulti propongono strategie basate sulla competizione, sulla negazione, sulla sopraffazione, sulla diffidenza e sulla paura, su una violenza spesso implicita nei comportamenti e nelle relazioni. Quando questi messaggi culturali divengono comportamenti concreti, con i giovani come protagonisti, gli adulti si sentono minacciati. Emerge allora una forte inquietudine e un crescente allarmismo nei confronti dell’adolescente, visto come portatore di insicurezza sociale. Egli allora diventa una figura di cui ci si occupa sempre in relazione alla sua problematicità, in modi che vanno, di volta in volta, dal paternalismo al sensazionalismo, accentuando concetti che richiamano il disagio e le condotte devianti. Questo allarme, in definitiva motivato dalla non conoscenza e dalla difficile comunicazione col mondo giovanile, testimonia il disagio della società adulta di fronte a quel malessere giovanile che essa stessa produce e si accompagna ad una sostanziale indifferenza nei confronti della quotidianità dei giovani, dei loro vissuti e dei bisogni espressi, spesso sottovalutati, ignorati, o percepiti come problemi da contenere.»
Non possiamo però negare il conflitto generazionale.
«Certo, sarebbe un errore ancora più grave. Ad esempio i luoghi quotidiani delle nostre città, sono tradizionalmente utilizzati dai ragazzi come luogo per la socialità da strappare all’uso originario, spazio il cui uso “improprio” crea spesso conflitti con gli adulti. L’uso che essi ne fanno, nella percezione degli adulti, si aggiunge e si connette con altri fenomeni che allarmano, diventando spesso, nella rappresentazione collettiva, un potenziale di condotte criminali. Invece le presenze giovanili che abitano informalmente gli spazi e i luoghi della città, rappresentano spesso l’unico esempio di ri-uso spontaneo dello spazio urbano in termini di aggregazione sociale, in una città in cui nessuno spazio, purtroppo, è progettato per i ragazzi e tanto meno “dai” ragazzi.»
Forse bisogna pensare ad essi non come dei “piccoli” da educare ma come persone con una propria visione della realtà e delle relazioni?
«Perché non pensiamo a luoghi e modalità di relazione progettati dai ragazzi stessi, nei quali gli adulti, gli educatori, siano solo mediatori del conflitto, capaci di impedirne la degenerazione violenta? Perché non lasciare che il loro potenziale, la loro energia e anche la loro rabbia si dispieghino in pieno, limitandosi a evitare che sfocino in forme distruttive o di autodistruzione? Occorrerebbe valorizzare la prospettiva dei ragazzi/e ponendola in un nuovo modello di partecipazione, nella riprogettazione dei servizi, dei luoghi di incontro e di socialità, per ri-analizzare e re-interpretare l’ambiente scolastico ed urbano, per superare concretamente l’attuale vissuto problematico da parte degli adulti. Si tratta di inquadrare le problematiche di conflitto e di disagio giovanile, nel contesto territoriale e sociale di appartenenza, partendo dall’adolescente come parametro di una delle possibili letture del territorio attraverso l’inclusione del suo linguaggio nella molteplicità dei linguaggi che modellano l’ambiente di vita. Il loro punto di vista diviene, in quest’ottica, un fattore importante nei processi di sviluppo della comunità territoriale.»
La politica locale, può favorire questi nuovi processi?
«Certo. La giunta Veltroni con l’ufficio delle politiche giovanili e gli sportelli “leva”, “immigrati” e “occupazione” ha creato una struttura unica nel suo genere capace di sostenere i giovani nei loro percorsi di socialità e di crescita. Tuttavia occorre fare di più, costruire le “occasioni”, i luoghi della partecipazione giovanile, gli spazi dove prendano corpo i loro linguaggi e si coltivino i loro sogni. Emerge tra i ragazzi una voglia di “fare”, un senso del costruire che spesso, nei media, è sottovalutato. Tanti giovani hanno partecipato con il nostro Sindaco ai viaggi di studio nei campi di sterminio nazisti e hanno scritto poi pagine emozionanti su questa esperienza, così come è stato per i progetti umanitari in Mozambico. Penso anche alle esperienze che tanti giovani fanno nel volontariato, laico e cattolico, nell’animazione culturale, nei centri sociali. Ho molta fiducia nei giovani. Il loro futuro sarà più roseo, se sosterremo le loro capacità senza costringerle nella forma mentale degli adulti e la città avrà una grande risorsa in più per tutti».
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