Il “ferro” di Roma

È venuto il momento di cambiare “binario”, assicurando ai romani una rete di circa 470 km e 133 fermate e stazioni
Aldo Pirone - 13 Giugno 2021

Lunedì scorso il ministro alle Infrastrutture Giovannini intervistato su “Il Messaggero” ci ha fatto sapere, tra le altre numerose cose, che metterà dei commissari per realizzare nuove linee di tram a Roma. Giovedì, Vittorio Emiliani, su “il Fatto Quotidiano” ha ripreso la questione riandando al celebre discorso di Mussolini al governatore di Roma del 31 gennaio 1925 in cui chiese, perentoriamente, di “toglierete la stolta contaminazione tranviaria che ingombra le strade di Roma”. Era l’inizio della “cura della gomma” che portò a smantellare quasi del tutto nel tempo, prima e dopo la guerra, le 50 linee tramviarie che assicuravano il trasporto pubblico nella Capitale su 400 km di binari. Tra le tante e ben maggiori sciagure, al fascismo va ascritta anche questa che, però, ebbe un seguito corposo nella Roma democristiana che preferì dissennatamente la gomma voluta dalla Fiat al ferro e all’elettrico; anche i filobus furono totalmente smantellati.

 

La prima inversione di tendenza ci fu nel 1990 con la realizzazione della linea 2 Piazzale Flaminio – Piazza Mancini e poi con la prima giunta Rutelli quando, per merito dell’assessore e vicesindaco Tocci, venne realizzato il tram 8 da largo Argentina (poi prolungato a Piazza Venezia) al Casaletto. Emiliani ci informa che nel piano tram per la Capitale finanziato dal Recovery plan si dovrebbero realizzare le linee: Cinecittà-Ponte Mammolo su viale Togliatti, Termini-Tor Vergata (riqualificazione del trenino a scartamento ridotto) oggi ferma a Centocelle, Termini-Vaticano-Aurelio, Piazzale del Verano-Stazione Tiburtina. Inoltre, informano altre fonti, del piano tram farà parte anche la linea Piazza Venezia-Fori-via Cavour. Ognuna, come riportato, avrà dei commissari addetti alla sua realizzazione da completarsi entro il 31 agosto del 2026.

 

Sarebbe una bella “cura del ferro” che la città aspetta da tempi assai lontani. Finora tante chiacchiere, annunci roboanti, progetti più o meno faraonici ma di concreto: zero. La giunta Raggi non si è sottratta a questo carattere annunciatorio e inconcludente, salvo che per il prolungamento subito attuato, nell’agosto del 2016, del tram 3 fino alla stazione di Trastevere su binari già esistenti. Per il resto dei tram promessi non si è vista né una linea in più né un cantiere aperto per realizzarla. Va ricordato, in particolare, che la linea tramviaria su viale Togliatti – incrocerebbe tre linee metro A, B, C, una di tram e la Fl2, facendo rete – è solo una parte di un progetto più ampio che prevede il tram da Saxa Rubra a Laurentina, voluto dai cittadini che raccolsero quasi undicimila firme su una delibera di iniziativa popolare in seguito approvata all’unanimità nel febbraio del 2006 dal Consiglio comunale. Anche quella rimasta lettera morta.

La prossima giunta, soprattutto se di natura progressista, dovrebbe avere le idee chiare a proposito di “cura del ferro” che è un pezzo importante di una politica ecologica di sviluppo ambientalmente sostenibile. I candidati sindaci del centrosinistra dovrebbero lasciar perdere i falsi impegni elettoralistici e andare al sodo. A Roma, a differenza di quanto si crede, non manca il ferro, semplicemente non è utilizzato. Infatti, vi sono ben otto linee di ferrovie regionali che l’attraversano in lungo e in largo, più tre concesse; con ben 85 tra stazioni e fermate in ambito comunale. La relazione del marzo del 2003 di adozione del nuovo del Prg approvato nel 2008, prevedeva, molto ottimisticamente, addirittura un passaggio di treno ogni 5’. In essa si diceva: “Il nuovo PRG ha recepito integralmente la rete ferroviaria di area metropolitana, come parte della più ampia rete del Servizio ferroviario regionale, definita nell’ambito degli Accordi di Programma del 1996 e del 2000 che il Comune di Roma ha sottoscritto assieme alla Regione Lazio e ad FS S.p.A. Si tratta di una rete esistente, in via di potenziamento, che nell’area metropolitana ha una estensione di circa 430 km e 106 fra fermate e stazioni. A completamento la rete avrà una estensione di circa 470 km e 133 fermate e stazioni”.

Sono passati 18 anni ma siamo sempre lì, non solo il completamento non si è proprio visto ma neanche il suo inizio.

Se ci fosse un piano adeguato per l’utilizzazione di questo “ferro” urbano con nuove fermate, aggiunto alla realizzazione delle cinque nuove linee tramviarie, si sarebbe un pezzo avanti nella “cura” e non sarebbero necessarie nuove e costose metropolitane, a parte il compimento della linea C oltre Piazza Venezia. Il presupposto sarebbero due interventi previsti da sempre: la realizzazione della linea di gronda merci tra Ponte Galeria e Santa Palomba  per collegare “il corridoio appenninico” (Roma-Firenze-Milano) e il “corridoio tirrenico” (Roma-Pisa-Genova) per istradare i treni merci nord-sud fuori dalla cinta urbana e la chiusura dell’anello ferroviario che potrebbe essere sfruttato per una linea circolare di treno con fermate che già ci sono nel cuore urbano della Capitale. Una chiusura attesa da più di cinquant’anni. Il fatto è che le Fs hanno dato in questi ultimi decenni priorità all’alta velocità a discapito delle linee regionali e locali.

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È venuto il momento di cambiare “binario”.

 

 


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