

Dramma psicologico di Pupi Avati
Pupi Avati con “il papà di Giovanna” realizza forse il suo migliore dramma psicologico, amato dal pubblico e dalla critica che lo ha premiato al Festival di Venezia.
Il film è ambientato nella Bologna fascista del 1938. Giovanna, una 17enne bruttina e con disturbi psichici, uccide per gelosia la sua migliore amica Marcella, figlia di un gerarca fascista.
Riesce ad evitare il carcere, perché ritenuta al processo incapace di intendere e di volere e, perciò, rinchiusa in un ospedale psichiatrico a Reggio Emilia, dove rimarrà fino all’età di 24 anni. Accanto le resterà solo il padre, che si trasferirà da Bologna appositamente per lei.
Per capire chi è Giovanna e le motivazioni del suo gesto bisogna esplorare nell’universo psicologico della famiglia e del contesto in cui vive. Un padre (Silvio Orlando) che pur di proteggere la figlia dalla dura realtà le costruisce un mondo parallelo fatto di giustificazioni e di “responsabilità degli altri” e una bellissima madre, (interpretata da Francesca Neri) “mai veramente madre e mai totalmente moglie”, palesemente invaghita del vicino di casa (Ezio Greggio) ma, sempre, esclusa dal legame intimo instaurato tra padre e figlia.
La follia di Giovanna si manifesta in ogni istante, anche al processo, quando totalmente indifferente alla tragedia che lei stessa ha provocato si preoccupa solo di incontrare il ragazzo dei suoi sogni e apparire "bella" per lui. In questa tragedia familiare tutti hanno una responsabilità. Colpevole anche una società in cui conta solo ciò che si vede, concetto rafforzato dallo stesso padre di Giovanna che in un libro, dedicato al famoso pittore Morandi, invidiato ex compagno di classe, scrive “da uno che sa dipingere ciò che si vede ad uno che sa dipingere ciò che non si vede”.
Il vero dramma che racconta Avati è il trionfo dell’apparenza, in grado di provocare un dolore ed un’ infelicità cosmica che va oltre ogni tempo ed ogni luogo.
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