

L’unica possibilità di riequilibrio ambientale per un quartiere simbolo della speculazione edilizia e della periferia cementificata
Don Bosco. Nel Piano regolatore il quartiere viene indicato come centralità locale. Che cosa voglia dire in concreto questa definizione non si sa bene. All’epoca dell’elaborazione del PRG ne venne data una spiegazione secondo cui era da considerarsi un luogo su cui investire per farne risaltare la qualità urbana in termini di servizi e di funzioni.
Oggi l’abitato è sempre quella foresta di cemento che ne segnò la caratteristica principale fin dalla sua nascita. I servizi sono migliorati, il commercio si è diversificato e raffinato. Non ci sono più le scuole nei negozi e nei sottoscala con i doppi e tripli turni come negli anni ’60 o quell’unica farmacia situata in via dell’Aeroporto.
Nel 1980 è arrivata la metropolitana che molto ha cambiato nella vita del quartiere contribuendo non poco a fargli superare la sua condizione iniziale di quartiere-dormitorio. I grandi palazzoni degli Enti pubblici sono stati cartolarizzati e molte famiglie sono diventate proprietarie dell’appartamento di cui sono state affittuarie per alcuni decenni. La qualità edilizia non alta è rimasta quella di grandi edifici alveari. Il quartiere conta circa 80 mila abitanti.
La parte monumentale, quella che circonda la piazza principale dove troneggia la chiesa dedicata a Don Bosco con la sua cupola che ne fa una specie di San Pietro di periferia, è dominata, con i suoi ampi portici marmorei, dall’inconfondibile stile piacentiniano, opprimente e inutilmente massiccio. La piazza, dopo anni di abbandono e di degrado, divenuta negli anni anni di piombo luogo di spaccio di droga e di violenza politica – un piccolo cippo su un giardinetto ricorda il punto dove fu assassinato Roberto Scialabba per mano del terrorista fascista Giusva Fioravanti – è stata riqualificata diversi anni fa ed è tornata ad essere uno spazio di ritrovo e di iniziative culturali e di spettacolo.
L’altra grande piazza, quella dei Consoli, più aperta ed ariosa, è in attesa eterna di una riqualificazione che non arriva mai e del completamento dei lavori per il restauro della storica “Torretta” del XIII secolo.
Le strade, una volta semideserte, sono oggi occupate interamente dalle automobili in sosta che si ramificano sempre più fino a formare ai piedi della foresta di alti fusti dei palazzi di cemento, nel corso degli anni della motorizzazione di massa, un sottobosco di lamiere, fitto e inarrestabile. La metropolitana non ne ha arrestato il proliferare anzi vi ha aggiunto un traffico di scambio la cui morsa continua a soffocare un quartiere già strutturalmente carente di ampi spazi e soprattutto di verde.
Tuttavia un riequilibrio ambientale per il quartiere ci sarebbe. Ed è, con i suoi 120 ettari, il grande Parco archeologico di Centocelle. Il suo completamento consentirebbe agli abitanti di Don Bosco di respirare uscendo dalla foresta cementizia. Dopo la delocalizzazione dei campi nomadi fatta dal Sindaco Alemanno il mese scorso occorrerebbe procedere celermente alla bonifica dei luoghi, al trasferimento delle altre attività incompatibili con il Piano particolareggiato del Parco, a cominciare dagli “sfasciacarrozze”, all’apertura di una parte almeno dell’area sul versante di via Papiria dove è previsto uno degli ingressi monumentali al complesso archeologico-ambientale dotato di parcheggi pubblici e dove insiste l’alta muraglia dei palazzi del quartiere. Invece pare che si stia andando in senso contrario. Nei mesi scorsi l’amministrazione comunale ha tolto circa 4 milioni e 100 mila euro che con la Legge Roma capitale erano stati impegnati per la continuazione degli scavi archeologici. Soldi sicuramente non sufficienti a realizzare il completamento del Parco, ma comunque una testimonianza concreta della volontà di procedere.
Ora tutto rischia di rimanere così com’è oggi. Un parco che dovrebbe diventare un grande pezzo di riqualificazione urbana, ambientale e culturale della nostra periferia, un’occasione di lavoro per tanti ragazzi e di sviluppo turistico, che rimane abbandonato a se stesso e ai cani randagi, un’area pronta per essere riempita nuovamente da baraccopoli di fortuna.
Quel Parco la gente di Don Bosco, Centocelle, Torre Spaccata, Quadraro, Torpignattara, lo sente suo. Se l’è guadagnato nel corso di questi decenni vivendo tutti i disagi di una periferia senza qualità, senza funzioni e senza servizi. L’ha visto sfuggire miracolosamente alla cementificazione dello Sdo previsto dal PRG del 1965.
Ha guardato con speranza apporvi il vincolo archeologico da parte dell’allora sovrintendente romano Adriano La Regina. Ha imparato a conoscerne i tesori sepolti grazie alle campagne di scavo dirette dalla dott.ssa Gioia della sovrintendenza archeologica di Roma. E oggi lo vuole vivere pienamente. E’ la sua bombola d’ossigeno.
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