

Come realizzare una gestione lungimirante del ciclo dei rifiuti? Come trasformarli in una fonte di occupazione qualificata, di impresa innovativa, di reddito e di qualità della vita e dell’ambiente?
Come mettere fine alla malagestione che da 15 anni, dal piano rifiuti della giunta Rastrelli (AN), allora alla guida della regione Campania, ha, fino ad oggi, caratterizzato la politica italiana?
Una proposta, sintetizzata in 5 punti, per dire basta alle montagne di errori (e soprattutto di rifiuti) accumulati con il tempo.
Eliminare gli imballi
Bisognerebbe ridurre drasticamente la produzione dei rifiuti.
Andrebbe vietata in tutta la regione campana, a tempo indeterminato e fino alla ricostituzione di uno stato di normalità, la vendita al dettaglio di prodotti imballati, sia alimentari che non (compresa l’acqua minerale e le bibite gassate), introducendo l’obbligo dei contenitori riusabili per la vendita dei prodotti sfusi, con esenzioni limitate ai soli casi in cui, per ragioni sanitarie, il rischio supera quello determinato dall’attuale accumulo di rifiuti per le strade, come già fanno in molte altre parti d’Italia e d’Europa.
Contestualmente, l’obbligo alla rete della distribuzione al dettaglio, e alle relative associazioni di categoria, di spacchettare i beni venduti e di avviare gli imballaggi agli impianti di recupero. Lo stesso dovrebbe valere per tutti gli inutili supplementi dei quotidiani e per la pubblicità cartacea. Da soli, gli imballaggi costituiscono il 40 per cento in peso dell’intera massa dei rifiuti urbani, ma fino al 60-70 per cento in volume.
Ne potrebbe anche nascere del buono: la sperimentazione, da parte della cittadinanza, che si può vivere bene anche senza, o con molti imballaggi in meno; la costruzione di canali di reverse-logistic (restituzione agli impianti di trattamento dei vuoti e dei prodotti dismessi) da parte dei commercianti e delle loro associazioni; il potenziamento di detti impianti – molti possono essere realizzati e montati in pochi mesi; lo stimolo per i produttori di beni di consumo – durevoli e non – a mettere in produzione articoli che comportino minor spreco di materiali. E’ un esperimento che potrebbe far compiere alla Campania il salto di un’intera fase storica, trasformandola nel laboratorio di un’economia più sostenibile.
Raccolta differenziata
La raccolta differenziata, per essere efficiente, dovrebbe essere fatta porta-a-porta, con una responsabilizzazione diretta non solo di ogni singolo utente ma anche, e soprattutto, degli operatori ecologici. A questi spetterebbe individuare le diverse tipologie di utenze servite, i loro problemi, e contribuire a trovare le soluzioni più adatte a ciascuna di esse.
E’ una scelta organizzativa che professionalizza gli operatori, trasformandoli in lavoratori cosiddetti front-line. Richiede un’organizzazione capillare del servizio, la formazione continua degli addetti e, ovviamente, personale motivato, economicamente incentivato, e maggiori risorse: infinitamente meno, comunque, di quelle che sono state sprecate in anni di gestioni scellerate. L’esperienza insegna che si possono raggiungere percentuali di raccolta differenziata del 60-70 per cento anche in contesti urbani difficili in un anno o poco più. D’altronde alcuni centri della Campania questi obiettivi li hanno già raggiunti grazie agli sforzi dei loro amministratori: dunque, si può fare. La raccolta differenziata i cittadini la fanno volentieri e ne sono orgogliosi.
Nuovi impianti
La costruzione di nuovi impianti di trattamento meccanico-biologico e/o la riabilitazione di quelli esistenti dovrebbe mirare a un ulteriore recupero di materiali dal rifiuto residuo (frazione organica stabilizzata, plastica, cartaccia e metalli). Le tecnologie per farlo sono disponibili e già ampiamente sperimentate e il residuo da destinare alla discarica può scendere fino al 10 per cento di quanto prodotto. A questo punto il miraggio degli inceneritori che ci liberino, finalmente, dai rifiuti perde ogni ragion d’essere: sia ambientale, sia anche, e soprattutto, economica.
Come le piramidi di Giza
Il pregresso, cioè le montagne di ecoballe, viene la tentazione di dire, che restino lì, come le piramidi di Giza; a perenne monito dei rischi connessi alla riconferma di sindaci inetti. E invece no. Qui, in presenza di un impegno concreto della popolazione campana, e di poteri sostitutivi nei confronti di tutti i comuni e i consorzi inadempienti, si può chiedere per l’ultima volta alle altre regioni italiane di farsi carico di una parte almeno del loro smaltimento: in impianti dedicati (inceneritori e discariche) e non (centrali a carbone,cementifici) che siano in grado di contenere gli impatti di quel disastro. E’ un debito che le altre regioni hanno contratto nel tempo, perché la maggior parte delle discariche abusive che inquinano la Campania sono state riempite con rifiuti provenienti da fuori.
Una nuova cultura
Per quanto riguarda l’ordine pubblico, le cause della montagna di rifiuti che invade la Campania sono Camorra e corruzione o, più spesso, la contiguità tra Camorra e amministrazioni pubbliche, a tutti i livelli. Per combattere entrambe non mancano le leggi (il codice penale), né gli strumenti (prefetti, polizia, carabinieri, guardia di finanza, magistratura).
Forse, qui come altrove, manca del tutto la volontà politica e, a monte, tra noi cittadini ed elettori, una cultura adatta ai problemi da affrontare.
Guido Viale
Le foto presenti su abitarearoma.it sono state in parte prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che le rimuoverà.