Il Sacro Gra di Gianfranco Rosi vince il Leone d’Oro, ma il raccordo anulare (divenuto sacro) c’entra poco

Nel documentario non si parla di rom, degli sfrattati, delle case dormitorio, dei patti scellerati tra politica e palazzinari, degli insediamenti abusivi, della mancanza di infrastrutture e servizi
di Alvaro Colombi - 17 Ottobre 2013

Sacro Gra, il documentario di Gianfranco Rosi, ha vinto il Leone d’Oro 2013. Se a Venezia hanno voluto premiare per la prima volta un genere diverso dal film, passi. Se invece l’intento della giuria, presieduta dal nostro Bertolucci, era quello di premiare un capolavoro, allora non ci siamo.
Sacro Gra, attraverso il materiale raccolto da Rosi in tre anni, racconta spezzoni di vita di persone, alcune eccentriche o addirittura surreali, niente affatto emblematiche o rappresentative della specificità di un luogo. Sì perché il botanico con le sue palme, il pescatore di anguille, il nobile decaduto con figlia o anche i due transessuali e le cubiste da bar, l’infermiere del 118 con madre disabile e il rozzo riccone che affitta la sua villa kitsch a cinematografari di serie B, a dispetto del titolo, potrebbero vivere ovunque. Dov’è, ci si domanda, il legame con il raccordo anulare?

Sacro-GRAIl documentario non ci racconta l’umanità che realmente vive a ridosso della cintura metropolitana, con tutto l’indotto delle sue contraddizioni. E, soprattutto, chi non ha mai messo piede in una borgata del poco “sacro” e molto profano Gra ne ricava un’immagine sbagliata. E’ vero, sarebbe stato arduo e comunque estraneo alle scelte dell’autore parlare dei rom, degli sfrattati, delle case dormitorio, delle colate di cemento frutto dei patti scellerati tra politica e palazzinari, degli insediamenti abusivi, della mancanza di infrastrutture e servizi di base, senza scivolare in quella denuncia sociale dalla quale Rosi si tiene rigorosamente alla larga. Ma per noi la scommessa sarebbe stata proprio questa.

Ciò che nel documentario colpisce è anche la diversa cifra narrativa usata nel proporre le singole storie. Alcune di esse indagate, penetrate con grande sensibilità (vedi il rapporto dell’infermiere con la madre demente); altre raccontate con distacco, quasi nel timore di infrangere chissà quale intimità, spiando dai vetri della finestra gesti e azioni dei protagonisti (il nobile decaduto e sua figlia). Rinunciando a quei “primi piani” che Rosi, al contrario, dedica con straordinaria efficacia ai travestiti mentre si rifanno il trucco.

Un ultimo interrogativo. Che la sacralità del Gra stia in quell’estenuante ma rassegnato rituale dei pendolari? Mah!

http://youtu.be/Mtb8FoNJvI0


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