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Il teatro di William Shakespeare a Roma

Intervista a Loredana Scaramella, regista di “Molto rumore per nulla”

Anche quest’anno sta per concludersi l’omaggio romano a William Shakespeare. La stagione estiva al Silvano Toti Globe Theatre di Villa Borghese, iniziata il 6 luglio, ha in programma le ultime due riproduzioni in onore del drammaturgo inglese: Molto rumore per nulla (1-17 settembre) e Pene d’amor perdute (19-24 settembre).


Tutti i lavori teatrali shakespeariani messi in scena al Globe, il cui direttore artistico è Gigi Proietti, hanno avuto un importante successo di pubblico. Un successo che ha interessato anche le prime rappresentazioni della commedia romantica Much ado about nothing (Molto rumore per nulla), con la regia di Loredana Scaramella. Regista e attrice, ma non solo, vero Loredana?


«Vivo di teatro dall’età di 18 anni. Ho sempre messo insieme diverse cose contemporaneamente: interpretazioni sceniche, casting-director, aiuto regia, regia. E in questa commedia oltre alla regia e all’interpretazione della protagonista femminile, Beatrice, ho curato anche traduzione e riduzione».


Tutti questi impegni le hanno fatto trascurare qualcosa?


«Forse è stata penalizzata un po’ l’attrice, ma non più di tanto. Queste prime repliche servono anche a me per capire meglio come è Beatrice. E il pubblico aiuta, soprattutto su ruoli che hanno già in scrittura una grande potenzialità brillante, non comica nel senso estremo del termine, ma briósa. A volte sento delle risate sulle battute di Beatrice che per me sono una rivelazione».


Sono fuori luogo?


«Assolutamente. Solo che non credevo potessero generare comicità. Alcune battute fanno sicuramente sorridere, e questo perché abbiamo adottato una cifra recitativa molto sobria, non estremizzata, salvo nelle zone in cui Shakespeare l’autorizza. Lui ha scritto per quel clown dell’epoca che era William Kemp, il suo attore comico preferito. L’opera è composta per essere realizzata con grande libertà e noi ce ne siamo presa relativamente poca. Non abbiamo cambiato nulla. Ci sono, è vero, degli inserti visivi di arricchimento che raccontano di più i personaggi. Ma in scrittura alcune cose non si vedono, noi le facciamo vedere: è il normale compito della messa in scena. Nella nostra riproduzione teatrale c’è tanta musica, ma è assolutamente legittima perché, prima di tutto c’era un intermezzo musicale in tutti gli spettacoli shakespeariani, e poi nel testo c’è una canzone cantata da Baldassarre e un’altra cantata sulla tomba di Ero. Infine, è presente la scena della festa con i musici, ed è un ballo. L’unica cosa che abbiamo cambiata è stato il luogo. Shakespeare ha ambientato la commedia a Messina, a quel tempo porto di grande interesse culturale e commerciale. Una città del sud come terra di suggestione, vivo desiderio, libertà di sentimenti e di emozioni. Molte sue opere sono collocate in Italia anche per raccontare questo esubero di passioni. Noi invece, abbiamo spostato la rappresentazione nel Salento, utilizzando musica salentina».


La famosa tarantella?


«No, non è tarantella, ma pizzica. La tarantella si trova nel Gargano; i nostri musicisti, invece, sono del salentino. D’altra parte a Roma come si sente un certo tipo di ritmo lo si identifica sempre con la tarantella, senza fare distinzioni. Infatti, non si balla come ieri sera, quando siamo scesi in mezzo al pubblico. Si balla come l’abbiamo ballato noi in scena; è un ballo antico, non c’è contatto fisico, ma solo visivo. Un ballo non molto evidente se non in alcuni movimenti, però un ballo di approccio, di corteggiamento, un tipico ballo di racconto. Sono queste le uniche modifiche; per il resto è una versione piuttosto integrale, non ho tagliato nessun personaggio. Un’altra operazione eseguita è l’aver reso meno antiquato il linguaggio italiano. Il nostro linguaggio è più fluido, meno letterale, più vicino per il pubblico e più comodo per il palcoscenico. Per altro le zone in versi sono in forma sciolta e noi abbiamo rispettato anche qui l’architettura di Shakespeare».


Lei ha avuto una buona scuola. E’ stata aiuto regista di Proietti.


«Io ho lavorato tanti anni con Proietti, ma anche con altri registi prima di lui come Mario Ricci, Giuliano Vasilicò e Benno Besson, allievo prediletto di Brecht. Proietti è un caposcuola. Il suo grande insegnamento è la mediazione tra quello che prova l’attore e quel che può utilizzare per raccontare ciò che è scritto. Ha un grande intuito teatrale e un senso dell’umorismo che io invidio. Io lo chiamo il re Mida: tutto quello che tocca si trasforma in oro teatrale».


A proposito di quel che si può utilizzare; ho notato una scenografia piuttosto scarna.


Anche se mi diverte molto il teatro delle macchine, più visivo, prediligo il teatro fatto dagli attori, che sono la materia prima fondamentale. È nel teatro che si forma il vero attore. Per questo, se posso, uso pochissime cose. In “Molto rumore per nulla”, per esempio, ho utilizzato quattro corde e dieci lenzuola. Diamo libero sfogo alla fantasia».


In scena c’è un fazzoletto rosso che passa da un interprete all’altro. Che significato ha?


«É un gioco di passioni che si dipanano da un protagonista all’altro. Un fazzoletto che passa dall’equivoco di un innamoramento a una passione carnale; un equivoco che poi diventa un innamoramento vero. Alla fine il fazzoletto rimane a me, ovvero a Beatrice, vera destinataria di questa passione amorosa che vola nel testo e che si muove tra i vari personaggi».


Ha avuto qualche difficoltà con i suoi attori?


«Da ognuno di loro ho avuto una fantastica collaborazione. Certo, con alcuni ho dovuto lavorare di più, ovviamente con quelli più giovani. Ma nessuno è arrivato in scena senza proposte. Quando possibile abbiamo utilizzato le loro improvvisazioni e le loro suggestioni sui personaggi».


Per il futuro?


«Progetti molti e di diverso tipo. Uno spettacolo di drammaturgia di attore che si chiama Padre, spettacolo-gioco a squadre. Non so quando riusciremo a portarlo a termine poiché è un working in progress; l’abbiamo iniziato l’anno scorso con un gruppo che in parte è anche in questo spettacolo. E poi un progetto di un’opera di Harold Pinter che mi piacerebbe realizzare l’anno prossimo».


Un giudizio sul Globe.


«La cosa più interessante è l’assenza di scenografia, che dà spazio alla fantasia, e la vicinanza fisica degli spettatori, seduti o in piedi. Questo crea un contatto molto stimolante e caratterizzante tra pubblico e attori. Poi devo dire che Roma non è piena di eventi teatrali durante l’estate. Il Globe comincia ad assumere un’identità di luogo di teatro per tutti: anche ieri sera avevamo la presenza di moltissimi bambini. E questo significa aprire il teatro classico ad un pubblico non tradizionalmente teatrale, un pubblico misto che ha un grande slancio. Il pubblico del Globe è un pubblico che paga molto il lavoro degli attori. E noi lo ricambiamo cercando di rendere le atmosfere, i rapporti e le emozioni dei personaggi, che sono poi la grande scommessa di questo testo».

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